Corriere della Sera, 14 settembre 2026
Drone russo sul confine polacco. Fermato il treno degli inviati Ue
Cambiare la legge elettorale è sempre un sintomo di impotenza del sistema politico. Incapaci da decenni di sciogliere i nodi costituzionali della governabilità (un inutile bicameralismo, l’assenza della «sfiducia costruttiva», i poteri limitati del presidente del Consiglio), i partiti si affannano in una frenetica opera di sartoria elettorale, per cucire su un corpo pieno di imperfezioni un abito che miracolosamente le nasconda. Ma, allo stesso tempo, cambiare la legge elettorale è anche una presunzione di onnipotenza da parte della maggioranza di turno, la quale crede di potervi trovare la formula matematica per rivincere le elezioni.
Non ci dilungheremo dunque sui difetti di questo ennesimo tentativo, il quarto in soli ventun anni, uno sproposito: due compiuti dal centrodestra (di Berlusconi e di Meloni) gli altri due dallo stesso centrosinistra, quello di Renzi (l’Italicum, che non fu mai nemmeno messo alla prova perché bocciato prima dalla Corte costituzionale, e il Rosatellum tuttora in vigore). Vale solo la pena di ricordare che i «mali» denunciati oggi furono istituiti proprio dai «riformatori» del passato, dalle liste bloccate di Calderoli ai capilista bloccati di Renzi.
Rileggendo la cronaca di questi giorni, si possono però trarre interessanti conclusioni sulle scelte che sembra aver fatto Giorgia Meloni, perché hanno una certa importanza per il Parlamento che verrà.
Su ballottaggio, preferenze e rapporto con Vannacci, la premier ha infatti deciso in un senso che ha lasciato perplessi anche numerosi sostenitori. Sappiamo qual è il problema: con una soglia fissata al 42% per ottenere il premio di maggioranza (obbligata, per evitare il rischio di una bocciatura della Consulta) il centrodestra attuale potrebbe non centrare l’obiettivo. Il fatto nuovo è infatti l’ascesa nei sondaggi di Vannacci, in perfetta sintonia con l’onda nera che percorre l’Europa dalla Sassonia alla Normandia. Perché allora Giorgia Meloni ha rinunciato all’ipotesi del doppio turno elettorale, che le avrebbe consentito di recuperare al ballottaggio i voti dell’estrema destra, senza doversi alleare con il generale? La risposta è: perché la Lega, soprattutto, temeva di essere fagocitata al primo turno. E la premier ha scelto di dare la priorità, in ogni caso, al bene-rifugio della coalizione.
Tutto sommato, è questo il valore aggiunto del centrodestra che funziona ormai dal 2000, quando Berlusconi e Bossi si giurarono reciproca fedeltà. Anche gli elettori non di centrodestra, al momento di entrare nella cabina elettorale, sanno bene che la coalizione fondata dal Cavaliere offre maggiori garanzie di durata, soprattutto se messa al confronto col grande caos di quelle del centrosinistra, vittoriose solo in due occasioni e presto sfasciatesi in Parlamento. Lo stesso ragionamento ha prevalso per le preferenze, che Fratelli d’Italia avrebbe volentieri allargato, ma ha immolato sull’altare di Salvini e Tajani, in difficoltà nei loro partiti.
L’altra mossa di rilievo compiuta da Giorgia Meloni è stata di escludere in maniera abbastanza categorica, nella sua intervista al Foglio, la possibilità di allearsi mai con chi non accetti di continuare a sostenere l’Ucraina nella sua resistenza all’invasione russa. Questa dichiarazione, almeno per il momento, impedisce ogni possibile intesa con il generale Vannacci, pur apparente detentore di una golden share elettorale che può far perdere o vincere il centrodestra. Nel coacervo di chiacchiere acchiappavoti del programma del generale, l’unico generale al mondo ad opporsi alle spese militari, c’è infatti un punto fermo e uno solo: aiutare la Russia a vincere la guerra di Ucraina.
La linea di Giorgia Meloni, la quale ha chiarito che per lei difendere Kiev è difendere l’Italia, e aggiungeremmo noi l’Europa, dal rischio che i rapporti di forza militari decidano in futuro della nostra indipendenza e libertà, mette inoltre il nostro Paese in una posizione cruciale. Se a primavera vincesse Marine Le Pen in Francia, e se il governo Merz fosse logorato e travolto dalla crescita della AfD in Germania, Roma rimarrebbe infatti l’ultimo anello importante della residua resistenza alle pretese di Mosca (Londra a parte, ma Londra non è nella Ue). Spazzarlo via avrebbe un valore incommensurabile per Putin. Incapace di vincere la guerra sul campo dopo quattro anni e mezzo, dando una manifestazione di debolezza senza precedenti per una superpotenza militare, l’autocrate russo può infatti vincere la guerra nelle urne europee, se destabilizza tutte le maggioranze nazionali che fino ad ora hanno sostenuto Zelensky. Il quale, non a caso, sembra consapevole di avere ormai pochi mesi per una trattativa, prima che le destre filo-russe conquistino le grandi capitali europee.
Se questa analisi è giusta, ci troveremmo dunque di fronte a una premier che sta scommettendo sulla sua leadership e sull’affidabilità della sua coalizione, con lo sguardo rivolto alla prossima legislatura anche in caso di sconfitta elettorale. L’idea di restare alla guida di un centrodestra europeo, non inquinato e ricattabile dall’estrema destra, le sembra più attraente di lasciar entrare il cavallo di Troia nel suo accampamento. Non è detto che questa strategia regga alla prova del tempo (se i sondaggi di Vannacci diventassero tali da escludere ogni possibilità di vittoria senza di lui, se i parlamentari di Vannacci diventassero decisivi nelle elezioni del prossimo Capo dello Stato...). Ma è una strategia. Congruente tra l’altro con l’obiettivo di dare continuità alla stabilità politica dell’Italia e alla sua politica estera.