il Fatto Quotidiano, 13 settembre 2026
Intervista a Giuseppe Piccioni
Cechov sul tavolo. “Meglio toglierlo, altrimenti pensate che voglia darmi un tono”. Giusto. “E poi magari si apre il discorso Russia-Ucraina”. E…? “Zelensky non è Allende”.
La casa di Giuseppe Piccioni è già un set perfetto: stratificato, vissuto, ordinato nel caos. È un set figlio di più e più stagioni, quando la nostra memoria non era artificiale, ma si distribuiva in libri, riviste, dischi, Dvd, cassette Vhs, divano ad angolo davanti a uno schermo grande e la certezza di uno spaghetto (ajo e ojo?) a qualunque ora.
Giuseppe Piccioni è uno di quei registi dove tono e luce abbracciano dialoghi e storia; dove al gridato si preferisce il rilascio lento delle emozioni. Con un percorso iniziato quasi 40 anni fa con Il grande Blek: “Mi fa impressione, quando me ne parlano sono contento, ma allo stesso tempo penso di essere cresciuto; (pausa) in quel periodo ero fortemente truffautiano”.
Intriso.
(Sorride) Andavo in giro con un libricino su Truffaut scritto da Alberto Barbera (direttore della Biennale del Cinema) e una volta che non ha preso alla Mostra di Venezia ho pensato: ‘Cacchio, uscivo pure con il suo testo sotto il braccio’.
A Venezia è stato invitato.
Ha sbagliato con L’ombra del giorno.
Chi era prima de Il grande Blek?
Un ragazzo senza arte né parte. Avevo frequentato la Scuola di cinema Gaumont e prima ancora avevo insegnato, da supplente, in un istituto con materie che ero costretto a studiare di notte.
Perché?
Sono laureato in Sociologia, invece le lezioni richieste erano sulla matematica applicata o la tecnica bancaria; ho portato pure una classe alla maturità ed è andata benissimo; (sorride) ero un po’ particolare.
Come?
In tutto, compresa la macchina: o una Fiat 600 blu, ovviamente usata, o una vecchia Dyane che non partiva, quindi chiedevo alla gente di spingere.
Il ruolo di insegnante è una forma di regia?
Quello del regista e dell’insegnante è uno sguardo di attenzione che non consente, in maniera intelligente, che alcuno si possa escludere da quella piccola comunità.
Lei ragazzo di provincia che arriva a Roma…
E scopro un diffuso sentimento negativo verso il cinema italiano, salvavamo solo i mostri sacri; poi ero in un gruppo situazionista che andava a vedere solo film su Dracula, Godzilla o Franco e Ciccio, e per polemizzare con i film d’autore.
Oggi gira film d’autore.
(Sorride) Non lo so, però ho capito che il mio cinema è riconoscibile. Un giorno un tizio mi ferma: ‘Grazie a Chiedi la luna ho lasciato mia moglie’. Io stupito dalla sua partecipazione, anche perché all’inizio credevo mi volesse picchiare; (pausa) Fuori dal mondo è il film che mi ha dato maggiore coraggio, forse perché è quello più personale.
Premiatissimo.
Sì, ma credo sia una vergogna che L’ombra del giorno non abbia ottenuto nulla, stessa storia per l’interpretazione di Roberto Herlitzka ne Il rosso e il blu: lui, il David, doveva ottenerlo.
Cosa accade ai David?
Quella macchina bisogna saperla indirizzare. Magari quel film lo hanno visto pochi giurati.
Relazioni, rapporti.
Succedono cose strane, in Danimarca.
Con quali colleghi si sente affine?
Ben pochi; (sospira) ci sono registi che ho conosciuto e mi hanno incuriosito, come Peter Del Monte; poi riconosco la personalità di Nanni Moretti, soprattutto nei primi lavori, fino a Caro diario; (ci pensa) spesso amo i primi film, quelli di Fellini sono tra i preferiti.
Utilizza spesso gli stessi attori.
Ci sono delle new entry come Riccardo Scamarcio: lui, imprevedibilmente, è entrato nel nucleo.
Imprevedibilmente.
È un attore abituato a film di successo, ad altri parametri, invece ho scoperto una persona che mi ha incuriosito e divertito. È arrivato a produrre il film stesso (L’ombra del giorno). E il film è stato un’avventura.
Come capita…
Ogni tanto organizzo delle serate proprio dal titolo ‘fare un film è un’avventura’, come a dire: non è un protocollo.
Insomma, Scamarcio.
Con lui c’è stata una preparazione al film per me inedita.
Cioè?
Al mare, al ristorante, magari a mezzogiorno si presentava con un gin tonic, sigaretta in mano. Per colpa sua ho ricominciato a fumare (e fuma pure tanto).
Traviato.
È uno molto generoso, e poi abbiamo in comune un’origine provinciale.
Herlitzka.
Fantastico, raro. Spesso giravamo in una scuola: si sedeva in corridoio e aspettava il suo momento, da solo. Senza alcun atteggiamento divistico. Così il mio assistente andava da lui a sincerarsi che andasse tutto bene: ‘Sì, non si preoccupi’. ‘Sicuro, vuole dell’acqua? Vuole altro?’. Alla terza uscì un moto di stizza: ‘Ma basta! La prego, mi lasci in pace!’; alla fine delle riprese, senza prevederlo, ci siamo stesi su un’aiuola per parlare di noi, del cinema, della vita, del film stesso. È stato un momento magnifico.
Poetico.
Sento la mancanza di grandi vecchi come lui o Antonio Salines, artisti che non si muovevano solo per questioni di marketing, propaganda ed effettismo; artisti che si muovevano per amore, senza condizioni, senza ricerca di uno status.
È una linea di confine non sottile.
La bellezza del film è già dentro l’esperienza vissuta durante la sua realizzazione.
I suoi colleghi come la giudicano?
Non lo so, alcuni crederanno che sono uno stronzo un po’ pensoso; sono timido e la timidezza, a volte, può venir fraintesa.
Però?
Non credo alla retorica della grande famiglia del cinema italiano: uno come Del Monte è stato trattato come un povero sfigato, eppure ha girato film bellissimi.
Come per lei Fuori dal mondo.
Mi ha dato maggiore consapevolezza.
All’Oscar ci ha sperato?
Ero sicuro che non lo avrei vinto.
Come mai?
Una volta a Los Angeles i parametri erano distanti da qualunque risultato: chi concorre prepara il terreno per mesi attraverso incontri, proiezioni, relazioni. E ci vogliono soldi da buttare.
E voi?
Siamo rimasti una sola settimana; (sorride) un giorno usciamo dall’albergo e vediamo arrivare un’enorme Limousine: si apre lo sportello ed esce Almodóvar. Lì abbiamo pensato: ecco il vincitore.
Lo ha vinto.
Sempre Almodóvar ha incontrato Margherita (Buy) e le ha detto: ‘Ho visto un film bellissimo nel quale interpreti una suora…’.
Margherità Buy è la sua attrice feticcio.
È una forma di amore nato ai tempi di Chiedi la luna (1990), film girato in quattro settimane e due giorni, ci cambiavamo nei bar, per la strada; la pausa pranzo era composta da pagnottelle; (ride) temeva di non essere adatta al personaggio, così indicava la costumista e ripeteva: ‘Prendi lei, prendi lei’.
Ci credeva o scaricava tensione?
Ho avuto la fortuna di esserle amico, per questo non la subivo, perché lei può metterti in difficoltà. Ogni tanto mi urlava: ‘Piccioni! Questo non lo so fare…’. ‘Va bene, cancelliamo la scena, avanti’. ‘No, no… facciamolo!’.
In Fuori dal mondo è super.
A quel tempo non era ancora madre, ma desiderava diventarlo. Giravamo in una nursery ed era preoccupatissima che la troupe fosse rumorosa, disturbasse i neonati, allora cullava i piccoli che piangevano; (pausa, si commuove) il suo personaggio era Suor Caterina e tempo dopo la figlia l’ha chiamata proprio Caterina. Sono stato il padrino di battesimo.
Caterina De Angelis è una brava attrice. La chiamerà?
(Silenzio) Mi piacerebbe.
È mai ossessionato dagli attori per un ruolo?
No, forse solo da piccoli attori per piccoli ruoli.
L’attore che non ama.
Alcuni di quelli celebrati.
Che succede?
Hanno il desiderio di mantenere un certo status, di tenere una distanza. A me piace l’idea di un set a conduzione famigliare, alla Cassavetes.
Sono aggrappati all’ultimo brandello di divismo?
È un divismo strano, senza una parte di romanzo della propria vita, quello che possedeva Mastroianni. Di questi attori, quando parlano, sento la parte recitativa, sento l’esibizione.
Lei è un maestro?
Vorrei, e ogni tanto mi chiamano così, spero non sia una presa in giro; (ci pensa) Truffaut mi piace perché è stato il primo regista a raccontare il cinema senza coprirlo del mistero della creazione.
Ecco.
Una volta incontro Bertolucci. ‘Giuseppe cosa stai facendo?’. ‘Un filmetto…’. ‘Anche io un filmetto!”. Il suo filmetto era Io e te. Questo è ciò che cerco.
Lei com’è sul set?
Nella vita perdo di tutto, dal portafogli alle chiavi di casa. Se giro cambio registro: posso urlare, so scusarmi, contagio la troupe per spiegare che non è un lavoro per guadagnare soldi; voglio un ambiente totale, quasi dionisiaco.
Altra musa: Sandra Ceccarelli.
Da lei sono rimasto folgorato dopo aver visto Tre storie: la guardo e me ne innamoro; durante le riprese di Luce dei miei occhi le ho detto: ‘Vincerai la Coppa Volpi’. E così è andata. Ma non ha capitalizzato il suo successo, è una persona molto indipendente, fuori da certe logiche.
Del ragazzo di provincia cosa è rimasto?
Il disincanto e tanta ingenuità. Non sono ancora pronto per vivere in un mondo così difficile.
A Roma è a suo agio?
Certe volte mi domando, come alcuni personaggi di Cechov, ‘che cazzo sto a fare qua? In questa vita?’.
Rimpianto…
C’è rispetto ai figli: li avrei voluti. Se vedo una persona che porta il figlio sulle spalle o in bicicletta, mi sento finito.
Il cinema l’ha inglobata.
Mi ha dato molto, non dal punto di vista materiale: ancora oggi devo lavorare.
Non è ricco.
No, niente gambe incrociate.
Chi ha dato di più: lei al cinema o il contrario?
Il cinema mi ha salvato la vita perché la mia generazione è quella delle scelte totalizzanti, pericolose; (silenzio) poi vengo da una famiglia popolare, per qualche anno abbiamo vissuto in Belgio.
Se lo ricorda.
Lì ho rischiato la vita per una difterite e il primario dell’ospedale mi aveva preso talmente a cuore da chiedere a mia madre di lasciarmi a lui. ‘Le restano altri tre figli. Io e mia moglie non possiamo averne’.
Lei chi è?
Saperlo… non credo alla storia di essere se stessi, non so nemmeno se è utile; perché di se stessi ce ne sono vari, pure in conflitto. E uno di loro è una specie di tribunale che la notte mi giudica e condanna.