Specchio, 13 settembre 2026
Martina Ferragamo parla di sé e dei suoi nonni
«Mia nonna è stata un esempio per me fondamentale, si è trovata sola con sei figli piccoli dopo aver perso l’amore della sua vita che le aveva lasciato un’azienda e un sogno, lei ha saputo portare avanti entrambi con grinta». Gli occhi azzurri di Martina Ferragamo brillano quando parla di sua nonna Wanda Miletti Ferragamo. La ammira talmente che ha deciso di interpretarla in Un passo alla volta, cortometraggio sospeso tra presente e passato, scritto insieme a Simone Coppo che firma anche la regia, presentato in anteprima al Teatro La Fenice di Venezia. L’attrice ventottenne, la più giovane della dinastia Ferragamo, recita accanto a Margherita Buy, Francesco Colella e Francesco Centorame.
Nel corto interpreta sé stessa e anche sua nonna da giovane. Com’è stato?
«Mi sono divertita a evocarla, l’ho studiata e approfondita per mesi. Non avevo la pretesa né l’intenzione di imitarla, mi stava a cuore proporre la mia versione di lei. Questo progetto mi ha dato modo di incontrare la Wanda giovane che non ho mai conosciuto. E che doveva ancora diventare tutto quello che poi ho conosciuto».
Che somiglianze ha rintracciato tra queste due giovani donne, lei e sua nonna?
«Una su tutte: il coraggio di prendere ciò che si riceve e portarlo avanti. Non mi sento di paragonarmi alla nonna, ovviamente, perché lei ha fatto qualcosa di straordinario. Però l’ambizione c’è».
Che nonna era la sua?
«Una nonna forte, decisa, sapeva essere dura e dolce allo stesso tempo. Mi ha trasmesso tanti valori, su tutti la responsabilità di essere una donna emancipata e con la schiena dritta».
La verità, è cresciuta con il mito dei suoi nonni?
«Assolutamente sì, sia mia nonna che i figli, tra cui mio padre, hanno sempre tenuto vivo e presente il mito di mio nonno. Il senso di questo mio corto è anche tenere vivo quello che abbiamo ereditato, la bellezza, la creatività, il sogno, la genialità. Quella di Ferragamo è una storia unica al mondo, attraverso le mie scelte di attrice intendo portarla avanti e, appunto, raccontarla. Ci metto tutto l’impegno possibile».
Le è mai pesato il suo cognome?
«Dalle elementari ricevo domande sulla mia famiglia, già allora mi iniziavo a rendere conto che era “speciale”. Sulle prime la cosa mi imbarazzava. Mi sono pesate, semmai, le aspettative degli altri su di me, che poi sono diventate le mie su me stessa. Ho sentito tanta pressione addosso, oggi sono cresciuta, sono più consapevole e considero far parte di questa famiglia un grande privilegio».
Il suo corto diventerà poi un film?
«Lavoriamo già in quella direzione, mi piacerebbe raccontare questa storia sul grande schermo. Anche se sono nata cento anni precisi dopo mio nonno sento di avere ereditato tutto l’amore per il cinema da lui».
Non è la sua prima volta alla Mostra del Cinema di Venezia, venne già nel 2020 per il docufilm “Salvatore: Shoemaker of Dreams” di Luca Guadagnino. Che ricordi ne ha?
«Fu un’emozione fortissima. Non solo perché in quel film c’era tutta la mia famiglia, compresa me, ma perché mi capita tuttora di rileggere spesso la biografia di mio nonno. Quel documentario ne era la trasposizione cinematografica, e vedere sul grande schermo il libro che mi ha fatto sognare e conoscere mio nonno, che non avevo mai avuto occasione di conoscere di persona, mi ha colpito tanto. Ricordo poi come Guadagnino fu gentilissimo e dolce nel darmi consigli, ero agli inizi dei miei studi di recitazione a New York».
Prima si era laureata in psicologia, come mai?
«Mi appassionava, volevo comprendere a fondo l’essere umano, me stessa, gli altri, tutto ciò che muove le nostre azioni e le nostre scelte. Mi sono laureata a vent’anni al King’s College di Londra, ma in cuor mio sentivo da sempre che volevo fare l’attrice».
Il suo rapporto con la moda?
«La considero una forma di espressione, un mezzo per comunicare quello che in quel giorno, in quel momento sento il desiderio di voler dire. Tutto quello che indosso influenza il modo in cui mi muovo e mi sento».
Quando ha annunciato a casa questo progetto e detto che avrebbe interpretato sua nonna da giovane che reazioni ha ricevuto?
«Tutte positive, si sono molto emozionati per me, addirittura commossi. Mio padre appena ha visto il corto è impazzito di gioia. Per me è stato un grande onore e una grossa responsabilità interpretare la loro mamma, la loro zia, la loro nonna».
Dovesse descrivere l’anima che contraddistingue Ferragamo che parola sceglierebbe?
«L’amore. L’amore per un mestiere, quello di Salvatore verso la creazione delle sue scarpe, nato da subito – mi ha sempre colpito il fatto che sin da piccolo voleva fare il calzolaio, anche se i suoi genitori non volevano –. Poi il grande amore fra lui e Wanda, un sentimento infinito che si propaga nel tempo, a differenza di tanti marchi di moda che invece non hanno questo tipo di storia alle spalle. L’amore è stato tramandato, prima da Wanda ai suoi figli, poi alla nostra generazione».
Cosa può dire oggi Ferragamo alle nuove generazioni?
«La battuta principale del mio corto è che l’importante è cominciare”. La grande lezione di fare un passo alla volta credo sia fondamentale per noi giovani, che viviamo in un mondo pieno di stimoli, tra social media e intelligenza artificiale. Cercare di seguire i propri istinti creativi e credere nei nostri sogni è tutto. Come fecero i miei nonni».
Quando indossa le scarpe create da suo nonno cosa prova?
«Le considero una sorta di macchina del tempo, mi radicano, mi danno il passo, mi fanno sentire grintosa e pronta».
Nel frattempo da attrice, dopo aver lavorato con Pilar Fogliati in Romantiche, e in tv nella serie Libera 2, sta lavorando all’estero per il biopic su Vivien Leigh.
«Il film è incentrato sull’ultima fase della vita di quell’attrice straordinaria, e anche sui suoi problemi psicologici. Io interpreto un’attrice giovane, è stato un confronto costruttivo, anche solo far parte di quel progetto mi ha riempita di orgoglio».