La Stampa, 13 settembre 2026
La crisi del whisky fa tremare la Scozia
Sono ormai così lontani i tempi del Roxy Bar, dove con Vasco si beveva whisky un po’ come le star... E sembra quasi che oggi a rincorrere i suoi guai sia proprio il tanto (de)cantato distillato di cereali. La crisi del whisky ha il sapore di una sbornia lunga anni. In Scozia il problema è esploso: la quantità di whisky nelle botti in maturazione, come scrive il Financial Times, è passata da meno di 400 milioni di litri a circa 1,4 miliardi in dieci anni, abbastanza per coprire tre anni degli attuali consumi. Un eccesso accumulato negli anni della crescita della produzione con gli stock rimasti in magazzino mentre domanda, potere d’acquisto e abitudini di consumo cambiavano. Molte distillerie hanno già ridotto la produzione, mentre le più piccole rischiano di chiudere i battenti. Non solo in Scozia ma anche negli Usa, altro importante Paese produttore del distillato. Tra i grandi gruppi internazionali, Diageo, proprietaria di Johnnie Walker, ha rallentato o sospeso temporaneamente la produzione in alcuni impianti scozzesi, tra cui Teaninich, per gestire l’eccesso di scorte. Pernod Ricard ha registrato un forte calo dei ricavi, soprattutto per la debolezza dei mercati nordamericano e asiatico, mentre Brown-Forman, produttrice di Jack Daniel’s, ha registrato vendite e utili inferiori alle attese a causa della frenata della domanda di bourbon. Negli Stati Uniti anche Mgp Ingredients ha drasticamente ridotto l’attività nelle distillerie del Kentucky per smaltire le scorte.
Il problema ha più cause: meno soldi a disposizione, spinte salutistiche, paura di mettersi alla guida dopo aver bevuto, una svolta verso un’alimentazione più leggera. Non ultimo, il caldo. E poi la guerra dei dazi innescata da Trump che ha causato una contrazione ancora più forte, alla luce dell’aumento di vendite di alcolici che c’era stato nel periodo del Covid.
Nel 2025 i consumi italiani di spirits si sono fermati a circa 125 milioni di litri, il 10% in meno rispetto al 2019. L’export ha raggiunto 1,7 miliardi di euro, -5% sul 2024, mentre crescono nuove modalità di consumo: l’80% di chi beve spirits nei locali li preferisce miscelati e i ready to drink (bevande miscelate già pronte) hanno raggiunto 22,4 milioni di litri, come emerge da uno studio Nomisma.
A livello internazionale, a pesare sulla crisi del whisky è stata anche una serie di previsioni di consumo che non si è avverata. «Dieci-quindici anni fa si pensava che la Cina avrebbe comprato whisky da tutto il mondo – dice Dario Baracco, fondatore di Compagnia dei Caraibi – e molte aziende hanno riempito le botti in funzione di quella domanda». Così non è stato. Oggi invece è l’India a mostrarsi come il bacino più grande di consumo: «È il primo mercato al mondo – osserva Baracco – ma la maggior parte della produzione avviene in loco».
Il whisky non scompare, ma cambiano le coordinate. «La flessione del mercato è riconducibile a più fattori: enorme crescita dell’offerta e dei prezzi, spesso non accompagnata da un aumento qualitativo, e un’importante contrazione del potere d’acquisto», osserva Davide Terziotti, esperto di spirits e cofondatore di Whisky Club Italia e Craft Distilling. Chi lo ama sceglie prodotti di fascia alta, ma in quantità minori. È quanto accade nel nostro Paese. «Gli italiani si confermano consumatori moderati di distillati e orientati verso la fascia premium», dice Terziotti. Non è un caso che nel giro di dieci anni, dal 2015 ad oggi, in Italia siano nate una trentina di realtà che producono whisky, con uso di cereali locali e botti provenienti dal mondo del vino. «Si punta sempre di più a prodotti premium – conferma Baracco – e se bevi bene, bevi meno». Anche perché il whisky è diventato più caro proprio mentre il consumatore ha meno capacità di spesa. Ma nei Paesi dove sta crescendo una nuova classe media, dall’India all’Africa, aggiunge l’esperto, il consumo di alcol, soprattutto quello di qualità, è in crescita.
La crisi, dunque, non cancella il fascino del distillato. Per Pino Perrone, uno dei massimi esperti di whisky in Italia, nelle fasi difficili «chi ci rimette sempre sono i piccoli perché le multinazionali hanno strutture e risorse per resistere». E c’è un altro paradosso: «C’è una sovraesposizione di release ed edizioni di whisky, prodotti creati più per stupire che altro, senz’anima», aggiunge Perrone. Il rischio è perdere lo stile riconoscibile della singola distilleria.
E proprio qui emerge la differenza tra il whisky di massa e quello che oggi sta incuriosendo una parte dei nuovi consumatori. Daniele Cancellara, bar manager e whisky expert di Firenze, collega il calo di appeal soprattutto alla fascia bassa, quella della grande distribuzione. Ma racconta anche un certo ritorno dei 25-40enni, bevitori curiosi: «Non si tratta più di bere un whisky in quanto tale, ma cercare piccole chicche da provare. Il distillato non è più visto come un’abitudine, ma come un mondo da scoprire». Questo spiega come in Italia produttori di etichette premium come Bottega hanno visto le vendite crescere nel 2025 rispetto all’anno precedente: +70%, ma su una piccola produzione di ventimila bottiglie.
È forse questa la strada per uscire dalla sbornia: non inseguire soltanto i volumi con prodotti sempre più facili, ready to drink e whisky in lattina, ma educare a bere meglio per dare valore a occasioni speciali. —