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 2026  settembre 18 Venerdì calendario

Il suicidio di Jason Arday, veleni e bugie: la triste estate di Cambridge

"Benedic, Domine, nos et hæc tua dona…”. Limpida e solenne, la voce del professore risuona tra le volte della sala lignea della mensa. L’anziano cattedratico e mezza dozzina di colleghi, ciascuno con toga sulle spalle, siedono allo stesso tavolo, su una piattaforma rialzata simile a un altare. Più sotto, sulle panche di lunghi tavoloni, gli studenti attendono che la benedizione sia terminata per iniziare il pranzo. Cominciano sempre così i pasti, a Cambridge: un omaggio alla tradizione, oltre che alla fede religiosa, per la seconda più antica università d’Inghilterra e la terza più antica del mondo, fondata nel 1209 da accademici fuggiti da Oxford dopo una disputa. Non una disputa di poco conto: in seguito alla morte di una donna, due docenti erano stati impiccati. Visto com’era andata, alcuni insegnanti pensarono di trasferirsi da Oxford a luoghi dove il sapere comportava meno pericoli, approdando a Cambridge. E facendo nascere una rivalità intellettuale durata fino ai nostri giorni: Oxbridge, crasi di Oxford e Cambridge.
Effetto celebrità
Otto secoli più tardi, nelle mense e nei corridoi di Cambridge si discute di un’altra disputa che ha consumato una vita: quella di Jason Arday, il 41enne professore di Sociologia licenziato in agosto con l’accusa di plagio e ritrovato morto due settimane dopo, apparentemente suicida. Nato in Inghilterra da una famiglia di immigrati del Ghana, quando ottiene la prestigiosa cattedra, nel 2022, Arday viene presentato come «il più giovane docente nero nella storia della Cambridge University», definizione che ne fa presto una celebrità: interviste in tivù e sui giornali, contratto per un’autobiografia che esce in questi giorni. Il primo ad accusarlo di avere copiato la tesi di laurea, l’anno seguente, è un professore di Filosofia americano, Nathan Cofnas, ma l’accusa è respinta al mittente: Cofnas, un suprematista bianco, sostiene che «in un sistema autenticamente meritocratico, i neri avrebbero posizioni di primo piano soltanto nello sport e nello spettacolo». Affermazioni per le quali nel 2023 è espulso da Cambridge e qualche settimana fa anche dall’università di Ghent, in Belgio.
Le accuse contro Arday, tuttavia, proseguono, accompagnate da testimonianze di svariate menzogne da lui diffuse sulla propria biografia: falso che abbia sofferto di una grave forma di autismo che non lo ha fatto parlare fino a undici anni e scrivere fino ai 18; falso che abbia corso trenta maratone in 35 giorni; falso che abbia raccolto da solo enormi somme per beneficenza. Esploso il caso, la stampa inglese, in particolare i tabloid di destra, lo addita ad esempio di tutto quanto non va nella cultura woke, il principio che salvaguarda spazio a donne e minoranze a lungo discriminate, accusando in pratica Cambridge di averlo assunto solo perché non era bianco. Perso il posto, travolto dallo scandalo, il sociologo si toglie la vita, lasciando una vedova e due figli piccoli. «Nei suoi confronti c’è stato un accanimento razzista», riconosce nei giorni seguenti lord Chris Smith, il rettore dell’università, ma aggiungendo che l’accaduto deve indurre a riflettere, a Cambridge e nel mondo accademico, anche sull’importanza di «indagare rigorosamente» su accuse di plagio o curriculum fasulli. Ammissione implicita che Cambridge non ha controllato abbastanza.
La protesta
A un mese dai fatti, nella cittadella del sapere dove hanno insegnato Isaac Newton, Charles Darwin, l’astrofisico Stephen Hawking e innumerevoli premi Nobel, si continua a non parlare d’altro. «Chiediamo le dimissioni del rettore e un’inchiesta indipendente sulla condotta dei suoi collaboratori», protestano gli studenti, accusando l’università di avere abbandonato Arday a una «vile gogna pubblica» tinta di pregiudizi razziali. «Le accuse di plagio in ambito accademico non sono così infrequenti», osserva un giovane ricercatore, preferendo mantenere l’anonimato, come altri docenti da noi interpellati. «Ma quando colpiscono insegnanti bianchi non scatenano provvedimenti drastici da parte dell’università, né la caccia alle streghe dei media ultraconservatori». Un avvocato legato a Cambridge rivela che ci sono state perfino accuse di abusi e molestie sessuali nei confronti di professori bianchi, in cui gli accusati hanno potuto negoziare con l’università la fine del rapporto, senza venire trascinati nel fango. Per di più, nota qualcuno, l’università di Liverpool, dove Arday aveva conseguito il suo dottorato, davanti alle accuse ha aperto un’inchiesta e alla fine gli ha confermato il Phd. «Sì, ma non tutto tornava nella sua tesi, nelle sue ricerche, nel suo insegnamento», obietta un docente. «Qualcosa aveva sicuramente copiato e su di sé aveva raccontato balle, la più grossa delle quali era di avere sofferto di una grave forma di autismo. Avrà avuto ritardi di apprendimento, ma l’idea che un malato di autismo si trasformi in genio della sociologia è una frottola».
I numeri
Soltanto l’1 per cento dei docenti britannici sono neri: l’impressione è che, per ampliare diversità e inclusione, Cambridge abbia chiuso un occhio nel processo di selezione. Anche altri due candidati al posto di Arday erano neri, raccontano i bene informati: ma Jason era un personaggio in grado di attirare più attenzione, argomenta un esperto, di dare all’università quell’impatto sociale che, con la qualità della ricerca e dell’insegnamento, è uno degli elementi per ottenere fondi pubblici. «I motivi per cui abbiamo solo l’1 per cento di docenti neri sono a monte», spiega Federico Varese, docente di Criminologia a Oxford. «Il primo è che soltanto il 6-7 per cento della popolazione manda i figli alle scuole private, ma quel 7 per cento produce fra il 33 e il 25 per cento degli iscritti a Oxford e Cambridge. E l’aspetto che più influisce sull’accesso alle università di élite è il livello di istruzione dei genitori. Due fattori che, messi insieme, hanno creato un sistema classista». Qualche progresso si registra: negli ultimi anni è aumentato il numero degli iscritti a Oxbridge non provenienti da scuole private. Che morale si può trarre in Italia? «Qui scarseggiano gli studenti neri», commenta Stefano Jossa, cattedra in Letteratura italiana a Palermo dopo una carriera nelle università britanniche, «figuriamoci i docenti».