Questo sito utilizza cookies tecnici (propri e di terze parti) come anche cookie di profilazione (di terze parti) sia per proprie necessità funzionali, sia per inviarti messaggi pubblicitari in linea con tue preferenze. Per saperne di più o per negare il consenso all'uso dei cookie di profilazione clicca qui. Scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie Ok, accetto

 2026  settembre 12 Sabato calendario

Più falso del vero: nella nuova Diriyah, culla dello stile Salmani

Sono almeno dieci le ore cremate ogni giorno stando in macchina dentro le poche grandi strade della capitale saudita, e in ognuna di quelle ore vedi sfilare le paratie di un cantiere gigantesco, anzi GIGANTESCO. È la nuova Diriyah – che ha al centro un importante sito Unesco, parzialmente ricicciato – grande come una città media italiana – ed è fatta di architettura finto-tradizionale che qui tutti chiamano “stile Salmani”, dal principe supremo MbS, Mohammad bin Salman. La sta fortemente volendo proprio lui per evitare lo skyline anonimo di Dubai e di Doha. Bastano e avanzano i 20, 30 grattacieli che già ci sono, tra cui quello a forma di cavatappi, alla cui base c’è un social hub dove ragazze con velo moderato, comunque garbatamente, incontrano coetanei. Cuoricini da tutte le parti. Le ragazze sono la forza trainante del Paese (ci è chiara la restrizione delle loro libertà, chiariamo): hanno studiato fuori, sono rientrate, sono di un sorriso intelligentissimo che lascia sperare in ulteriori passi in avanti. È tutto velocissimo perché, a forza di spenderli, i petrodollari stanno finendo e il piano Vision 2030 strombazzato ovunque parla esattamente di questo: la transizione post-oil.
Il nuovo parco verde di Riad è pure quello fuori di testa – un milione di alberi “adulti” piantumati di colpo, collinette che spuntano dal nulla, due laghi artificiali – e ovunque vedi i piloni di una metropolitana che dovrebbe sanare la mobilità oggi estrema, vedi sopra. Saranno 92 stazioni e per ognuna stanno comprando o commissionando un’opera, con colpi mica male come Carsten Höller per dire. Impossibile da descrivere il progetto dello stadio ovviamente voluto da MbS: puro Blade Runner di Ridley Scott, ma montato su un mostro di edilizia popolare italiano dell’era d’oro delle Vele o del Corviale rifasciato da un Tetris mai visto di ledwall e ologrammi. Chic, a suo modo. Questo stile da fantascienza anni Ottanta – alcuni giurano ci sia dietro lo studio di George Lucas – è davvero dappertutto: vedi anche il circuito automobilistico di Qiddiya in costruzione, il Centro nazionale per il tennis ora svelato interamente con la chicca dello show dei sei re mondiali delle racchette, coprodotto da qualche anno con Netflix. La trasformazione di AlUla Manara come mecca dell’osservazione del cosmo, la montagna di delirio sciistico a pochi passi dal Mar Rosso, ormai famosissima. E mille altre squisitezze. In un video diventato virale MbS dice che in poco tempo il Middle East sarà la nuova Europa, e il fatto che due terzi dei sauditi abbiano meno di 25 anni non è, diciamo, cosa da poco. È la stessa convinzione che muoveva lo stranoto Neom, con il viale largo 170 metri dove un hypertreno avrebbe dovuto portarti a trovare gli amici cento chilometri più in là in 20 minuti. Salvo che The Line, il pezzo forte, è di fatto in panne: lavori sospesi dal settembre 2025, abitanti previsti per il 2030 calati da un milione e mezzo a 100mila, il fondo sovrano che ha già svalutato i progetti di otto miliardi di dollari. Meglio usare il mastodontico scavo per ospitare gli enormi server che faranno girare le centinaia di sistemi Ai-driven, naturalmente proprietari. MbS ha avuto molte deviazioni al suo megapiano. Le guerre, e in particolare l’inferno isrealiano-palestinese e quello iraniano. È stato a capo di ogni tipo di negoziato, fino a formare una sorta di alleanza militare sunnita chiamata Step – ovvero gli accordi di Maometto – con Pakistan, Turchia ed Egitto. Poi l’asse di ferro e fuoco con Trump. Un uomo di mondo, si fa per dire.
Per questo, per non fare viaggiare troppo i suoi sudditi, ha pensato bene di costruire un compendio del meglio del meglio delle principali città del pianeta. Boulevard Riyadh City, The Boulevard per gli amici: 400mila metri quadrati di puro divertimento gestiti dalla General Entertainment Authority, l’autorità statale del piacere, aperti ogni giorno dalle quattro del pomeriggio alle due di notte. Inaugurato nell’ottobre 2019 con una parata di 1.500 performer e 25 carri, nelle prime 24 ore si è bevuto 1,2 milioni di persone tra residenti e vicini del Golfo. Diviso in nove zone, ti offre una Times Square fasulla (si chiama, con un certo coraggio, The Square), un’area Trocadero copiata di peso dalla Coventry Street londinese, un giardino, teatri all’aperto, lounge per il narghilè e, naturalmente, la fontana che danza. Attaccato c’è Boulevard World, il mondo dei mondi: 24 padiglioni-Paese – quest’anno si aggiungono Indonesia, Kuwait e Corea del Sud – un lago, l’Aroya Lagoon, una funivia che ti scarrozza sopra il tutto e 350 ristoranti, per fare il giro del pianeta senza dover uscire dal Regno. E poi la Kingdom Arena e la Mohammed Abdo Arena, dove nel giro di una sola stagione passano titoli mondiali di boxe, i Premium Live Events della Wwe, l’Esports World Cup (non essendoci più niente da comprare nel calcio reale, i sauditi si sono comprati tutto il côté digitale) con le superstar europee in carne a fare gli ospiti, profumatamente pagati. C’è il castello di Disney, ci sono i Muvi Cinemas, c’è la Sala Hub con i suoi 300 e passa videogiochi, c’è il karting, c’è Takenda, futuristico centro di realtà virtuale con consolle a profusione. Folle, ovunque.
Fa una certa impressione che il Paese dove fino all’altroieri se sgarravi ti facevano saltare la testa con la scimitarra oggi venda al mondo un coso del genere. La scimitarra ufficialmente resta, l’hanno solo spostata di 200 metri. Ma il marketing adesso è tutto sull’altro fronte: le donne possono guidare dal 2018, quando hanno riaperto i cinema dopo 35 anni di proibizione, e di sera, sul Boulevard, vedi famiglie che si fotografano felici come dentro uno spot della Vision 2030. Il divieto ferreo – ampiamente rispettato – su alcol e droghe è facilmente aggirato qui a Boulevard World: perché nemmeno la migliore delle gommine ai funghi è in grado di farti uscire di testa come una passeggiata qui dentro, che se vai veloce non può durare meno di tre ore. La Medina di Marrakech è riprodotta nel dettaglio con precisione maniacale ed è attaccata senza soluzione di continuità a Shibuya (ottimi ristoranti) e anche a una Venezia molto ben fatta e certamente più vivibile dell’originale. I salti sinapsici sono vertiginosi, e non c’è nulla di irrispettoso nei confronti delle altre culture. Certo molto meno che a Las Vegas con le tigri bianche, il Sahara, ecc. Il riferimento dovrebbe essere il montaggio del cinema, ma se riprodotto in 3D tutto assume le dimensioni di una meraviglia di nuovo tipo, “indecidibile” avrebbero detto i vecchi cari semiologi di scuola Dams. Ah, a ogni ora non solo suona il Big Ben ma partono serissimi fuochi d’artificio. Perché qui sta il punto: il divertimento è il nuovo petrolio.
Mentre i grandi curatori d’arte cadono nella rete delle biennali nel deserto come pere cotte (c’è anche quella, sia a Riyad che appunto nel deserto), la Gea ha capito una cosa più semplice e più brutale e cioè che quei due terzi di ragazzi sotto i 25 anni vogliono, banalmente, un sabato sera. È la versione pop dello stesso sogno che a Neom doveva diventare una città lineare tra le dune: lì il futuro è un render rimandato a dopo il 2030, qui è già una coda vera davanti alla biglietteria. Basterà.