la Repubblica, 13 settembre 2026
Gaza, pressing Usa su palazzo Chigi
Il pressing diplomatico americano si è intensificato dopo Ferragosto. Discreto, se si considera quanto diretto sia il metodo di lavoro dell’amministrazione americana. Ma comunque deciso, riferiscono fonti di primo piano del governo. L’amministrazione Usa chiede all’Italia di tenersi pronta per avviare in tempi brevi la missione dei carabinieri per la formazione delle forze di sicurezza gazawi. Ma Palazzo Chigi nutre dubbi. Chiede approfondimenti. Vuole capire paletti e regole. Insomma, prende tempo. E non sembra intenzionata a dare il via libera a un’azione in un quadro tanto instabile, così come risulta da numerosi report dell’intelligence, almeno finché le condizioni non renderanno la spedizione sufficientemente sicura.
Per comprendere cosa sta accadendo sul fronte politico e diplomatico tra Roma e Washington, bisogna ricordare lo stato dei rapporti tra i due Paesi negli ultimi mesi.
Donald Trump, si sa, ha un problema con Giorgia Meloni: l’ha attaccata pubblicamente e da allora non è stata sancita alcuna tregua. Sottotraccia, però, molto si è mosso per tentare una ricucitura. Meloni mantiene un rapporto con J. D. Vance e Marco Rubio. Antonio Tajani con il segretario di Stato. Guido Crosetto ha visto a giugno Pete Hegseth. Ma chi più di tutti si sta dando da fare per una ricomposizione è l’ambasciatore Usa a Roma Tilman J. Fertitta. Ecco, è in questo contesto che va interpretata la richiesta americana di accelerare i preparativi. Anche perché l’amministrazione Trump ha bisogno che il Board of peace mostri di servire a qualcosa, portando risultati proprio mentre Israele è alle prese con la campagna elettorale che deciderà il destino di Benjamin Netanyahu. Quanto più si accentua il solco tra gli Usa e il premier israeliano, tanto più questa urgenza di stabilizzare la Striscia va manifestandosi.
Cosa dovrebbero fare gli italiani a Gaza, dunque? E perché Roma, che pure dal punto di vista militare ha già pianificato ogni dettaglio per adempiere all’impegno, ha reagito informalmente con una prudenza che non sembra lasciar presagire spedizioni imminenti?
I carabinieri, almeno un paio di centinaia, dovrebbero iniziare la formazione della polizia della Striscia in alcune basi giordane. Non si tratta di un contesto del tutto pacifico, visto che negli ultimi giorni l’Iran ha attaccato le basi Usa in Giordania, ma comunque gestibile. Dopo questa prima fase, però, aumenterebbero i rischi dell’operazione: da mesi gli Usa hanno lasciato intendere che alla formazione debba seguire anche il cosiddetto mentoring. Significa che dopo l’addestramento delle nuove reclute verrebbe il momento dell’accompagnamento nell’azione sul campo. Per i carabinieri, significherebbe entrare a Gaza.
Tutti i report settimanali dell’intelligence italiana raccontano di un quadro pericoloso e imprevedibile. I rischi sono alti e l’esecutivo preferirebbe evitare incidenti nei mesi che precedono le elezioni. Di più: fin dall’inizio Roma ha chiarito che una spedizione deve essere compatibile con condizioni di sicurezza adeguate. Che al momento non si vedono.
Pesano nodi politici e giuridici. Il primo: la composizione della missione. Israele frena sulla Turchia, nonostante le competenze e il peso politico di Ankara. E ancora, l’Italia è solo osservatore nel Board of peace di Gaza, dunque non pienamente coinvolta nell’organismo che dovrebbe sovrintendere l’amministrazione della Striscia. Quale sarebbe il punto più alto della catena di comando, il Board o un altro soggetto giuridico? E poi, non è ad oggi chiaro il quadro normativo vigente in quell’area. Non è un dettaglio: visto che gli italiani affiancherebbero forze di polizia, quali leggi valgono in caso di arresto di un sospetto? Chi giudica e in forza di quali norme, quelle dell’Anp? Domande senza risposta. Un conto è essere pronti, altro dare il via libera in un’area ad alto rischio. Un nodo diplomatico per Meloni, l’ennesimo, da gestire con il tycoon.