corriere.it, 13 settembre 2026
La storia d’amore tra Rosa Quasimodo ed Elio Vittorini
Rosa aveva 22 anni. Lo sguardo dolce e languido. «Una piccola siciliana dei primi anni del secolo», come si sarebbe definita lei stessa.
In una notte di agosto del 1927 (meno calda di adesso), esattamente 99 anni fa, lei – figlia del capostazione Gaetano Quasimodo e sorella del futuro premio Nobel Salvatore – fuggì scalza sulla tettoia calda della stazione di Siracusa insieme a un giovane dagli occhi irrequieti, luminosi e «pieno di libri che gli uscivano dalle tasche», Elio. Anche lui figlio di un ferroviere e capostazione, Sebastiano Vittorini.
Elio aveva tre anni meno di Rosa. Per lei era stato scelto un fidanzato “per bene”, un impiegato serio e stimato. Elio invece voleva «correre avanti al mondo». I due si innamorarono, contro tutto e tutti. «Una storia che non piacque a nessuno», come raccontò Rosa poi.
Quella notte cambiò la loro vita, per sempre.
I due fuggirono su una carrozza recuperata dal fratello di lui, Ugo. Si diressero verso un alberghetto nel centro della città che però non li accolse. I due si fecero allora accompagnare al Teatro greco, ai tempi non recintato.
La loro vita insieme ebbe inizio lì. «Rimanemmo tutta la notte a chiacchierare seduti vicini sui gradini del Teatro greco di Siracusa tenendoci per mano. La chiamano fuitina, io la ricordo come un salto nel
vuoto con il cuore che correva più della carrozza».
I due si sposarono subito dopo, a settembre. C’era uno scandalo da coprire. Ma la Sicilia di 100 anni fa non dimentica tanto facilmente.
E i due allora per fuggire dalla prigione dei mormorii partirono per Gorizia, dove abitava Vincenzo, il fratello di lei. Gorizia, il rifugio, un luogo dove nessuno giudica. Nel 1928 qua nacque il figlio Giusto. Nel 1934 nacque Demetrio. Qui Elio diventerà Vittorini, uno dei grandi del ‘900. Autore di Conversazione in Sicilia, romanzo contro il fascismo e la violenza e capolavoro dello scrittore.
Tra il 1931 e il 1935 le strade dei due iniziarono ad allontanarsi. Prima i trasferimenti a Firenze di lui (raggiunto poi da lei) e Milano, poi il divorzio doloroso nel 1951 con una lunga relazione fatta di lettere e bigliettini nascosti e strappati. «Eppure siamo rimasti legati per tutta la vita», avrebbe detto poi Rosa. Accanto a lei sempre anche il fratello Salvatore, «quel ragazzo timido e geniale che vedeva poesia dove gli altri vedevano macerie». Una delle voci più importanti dell’Ermetismo, premio Nobel per la letteratura nel 1959. «Per tutti era un gigante, per me restava il fratello che mi diceva: “Rosina, non fare sciocchezze”».
Nel 1984 Rosa fece un gesto “inatteso” per una donna del 1905: «Pubblicai il libro Tra Quasimodo e Vittorini grazie a un piccolo editore, Lunarionuovo. Il mio modo di lasciare traccia. Di dire che tra due ombre ingombranti, io ero stata viva, presente, vera. Le donne come me sono state spesso raccontate dagli altri, io volevo raccontarmi da sola. Ora sono qua a ricordare ciò che non va dimenticato: che la vita non chiede permesso, che la libertà non arriva mai senza ferite e che a volte bastano un treno, un amore, una
porta chiusa alle spalle per cambiare tutto. Sono stata una donna di confine tra Sicilia e Gorizia, tra passato e futuro, tra ciò che era previsto per me e ciò che ho scelto e se qualcuno ancora ascolta la mia voce allora non sono scomparsa».
Oltre alla voce profonda e delicata di Rosa, resta l’immagine di due ragazzi innamorati che parlano sottovoce dentro un teatro greco in una notte d’agosto di quasi cento anni fa.