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 2026  settembre 13 Domenica calendario

Vaccini e autismo. Quando e come è nata la falsa correlazione

Recenti casi di cronaca nel nostro Paese e l’aumento di casi di morbillo negli Stati Uniti, hanno riportato l’attenzione sull’importanza dei vaccini ma anche sulla diffidenza nei loro confronti per il timore che possano favorire l’autismo. Questa eventualità, sebbene smentita da moltissimi studi, continua a resistere. Abbiamo allora chiesto di raccontare quando, come e perché si è creata questa falsa convinzione ad Andrea Grignolio Corsini, Professore associato di Storia della medicina dell’Università Vita e Salute San Raffaele di Milano, che ha studiato in profondità la vicenda.
La storia comincia a Londra nel 1998. Il 28 febbraio una delle più prestigiose riviste mediche del mondo, The Lancet, pubblica un articolo firmato dal chirurgo e gastroenterologo Andrew Wakefield e da altri 12 ricercatori del Royal Free Hospital. Il campione è di 12 bambini, 8 dei quali, secondo quanto riferito dai genitori, avevano sviluppato disturbi comportamentali dopo la vaccinazione trivalente MPR – morbillo, parotite, rosolia – insieme a sintomi intestinali.
Wakefield propone l’esistenza di una nuova condizione, che verrà chiamata enterocolite autistica, e suggerisce un’associazione temporale tra vaccinazione, infiammazione intestinale e regressione dello sviluppo.
L’articolo mantiene qualche cautela sulla relazione autismo-vaccini; Wakefield, mediaticamente, molto meno. Nelle interviste e nella conferenza stampa che accompagna la pubblicazione invita i genitori a preferire vaccini separati ─ i cosiddetti monovalenti, cioè un vaccino per morbillo, uno per la parotite e così via ─ e trasforma progressivamente un’ipotesi in un sospetto di causalità diretta tra vaccini e autismo.
L’ipotesi di Wakefield non viene affatto censurata dalla comunità scientifica. Viene anzi presa molto sul serio e sottoposta al normale meccanismo di controllo della scienza: molti gruppi di ricerca cercano di replicarla, utilizzando popolazioni molto più grandi dei suoi soli 12 bambini. Non ci riescono: bambini vaccinati e non vaccinati hanno la stessa frequenza di casi di autismo; nessuno riesce a trovare alcuna associazione tra il vaccino trivalente MPR e l’autismo. La scienza, insomma, fa ciò che deve fare davanti a un risultato sorprendente: non chiede se piace o dispiace, chiede se è riproducibile. E quello di Wakefield non è mai stato possibile riprodurlo. Ma per capire davvero questa storia bisogna riavvolgere il nastro. Perché quando l’articolo compare su The Lancet esistono informazioni che i lettori della rivista non conoscono.
Lo studio legale
Due anni prima della pubblicazione, nel 1996 l’avvocato Richard Barr, che preparava un’azione legale contro i produttori del vaccino MPR, ingaggiò Wakefield. Veniva pagato 150 sterline l’ora e avrebbe incassato complessivamente 435.643 sterline, oltre alle spese, con fondi provenienti dal sistema britannico di assistenza legale per indigenti. Alcuni dei bambini studiati provenivano da famiglie che attribuivano ai vaccini i disturbi dei propri figli. Quel gigantesco conflitto di interessi non venne dichiarato ai lettori dell’articolo su The Lancet, come invece sarebbe stato obbligatorio fare.
Il brevetto
A questo si aggiunga che nel 1997, otto mesi prima della conferenza stampa che avrebbe fatto esplodere la relazione autismo-vaccini, Wakefield aveva depositato un brevetto che comprendeva un vaccino unico (monovalente) contro il morbillo presentato come più «sicuro». L’anno precedente aveva dunque cominciato a lavorare con chi voleva portare in tribunale i produttori del vaccino combinato; prima di pubblicare l’articolo aveva già un interesse commerciale ─ con tanto di brevetto ─, verso un prodotto che avrebbe potuto sostituirlo. Successivi documenti commerciali avrebbero delineato progetti ancora più ampi per test diagnostici, terapie e vaccini.
E tuttavia, per anni, quasi nessuno guarda in quella direzione. La comunità scientifica continua in buona fede a rispondere con altri esperimenti e altri dati, perché presume che quelli pubblicati dai colleghi siano autentici. A cambiare la storia sarà invece qualcuno che alla comunità scientifica non appartiene.
L’inchiesta
Nel 2003 Brian Deer, giornalista del Sunday Times, comincia a indagare. Non si limita a chiedersi se le conclusioni di Wakefield siano corrette: torna alle cartelle cliniche, ricostruisce la provenienza dei bambini, incontra le famiglie, segue il denaro. E scopre qualcosa di molto più grave di un singolo errore. I 12 bambini non erano il campione ospedaliero che il lettore di The Lancet poteva immaginare; molti erano arrivati al Royal Free attraverso famiglie e contatti interessati ad attribuire i loro problemi al vaccino. Le cronologie cliniche non coincidevano con quelle pubblicate: in alcuni casi i disturbi dello sviluppo erano comparsi prima della vaccinazione; i dati di altre diagnosi erano state alterate o presentate in maniera fuorviante. Il British Medical Journal, riesaminando successivamente l’intera vicenda, definirà il lavoro una «frode elaborata» (elaborate fraud).
Nel 2004 dieci dei dodici coautori ritirano l’interpretazione dell’articolo. Il General Medical Council apre un’indagine che diventerà la più lunga udienza disciplinare della sua storia. Nel 2010 The Lancet, con dodici anni di ritardo, un lasso di tempo eccessivo e ingiustificabile, ritira definitivamente l’articolo; pochi mesi dopo Wakefield viene radiato dall’ordine dei medici britannico. Si trasferirà negli Usa, dove continuerà a sostenere le proprie tesi.
Il crollo della copertura
Ma nel frattempo la frode era uscita dalle pagine di The Lancet ed era finita sule web ed entrata nelle case. E qui i numeri raccontano meglio delle parole ciò che può accadere quando una falsa paura modifica i comportamenti collettivi. Prima del caso Wakefield, nel 1995, circa il 92% dei bambini inglesi riceveva il vaccino MPR; nel 2003-2004 la copertura era precipitata al 79,9%, molto al di sotto del 95% indicato da tutte le agenzie sanitarie come livello necessario per prevenire le epidemie. Nel 1998 nel Regno Unito erano stati registrati appena 56 casi di morbillo; nel 2008 erano diventati 1.348 e la malattia era tornata nel Paese. Negli anni 2012-13 si registrano 10.000 casi di parotite, 3.303 di morbillo e 15 decessi.
La controprova
C’è poi un esperimento che nessun comitato etico avrebbe potuto progettare, ma che la storia ci ha involontariamente consegnato. Nel 1993 il Giappone, influenzato dalla campagna mediatica, sospende l’uso del vaccino combinato MPR. Se l’ipotesi di Wakefield fosse stata corretta, nelle generazioni successive l’autismo avrebbe dovuto diminuire. Nel 2005 una importante ricerca scientifica analizza i bambini nati tra il 1988 e il 1996 in un distretto della città di Yokohama, una popolazione di circa 300 mila persone. Dal 1993 nessun bambino riceve più MPR. Eppure, l’incidenza dei disturbi dello spettro autistico non diminuisce: continua ad aumentare e cresce in modo particolarmente marcato proprio nei bambini nati dal 1993, quando il vaccino è scomparso. È difficile immaginare una confutazione più chiara di questa che dimostra come togliendo il vaccino, l’autismo continua a crescere. La letteratura scientifica è praticamente unanime nell’addebitare l’aumento dell’incidenza di autismo non a una reale crescita di questo disturbo, bensì a un aumento e raffinamento dei criteri diagnostici, dal momento che comportamenti che oggi vengono categorizzati come appartenenti allo spettro autistico fino ad alcuni fa venivano esclusi. Da allora gli studi sono diventati centinaia e le popolazioni osservate sono passate da 12 bambini a, letteralmente, milioni di persone. La questione scientifica è chiusa. Quella sociale, evidentemente, no.
L’associazione temporale
La credenza nell’autismo provocato dai vaccini possiede alcune caratteristiche che la rendono straordinariamente resistente ai fatti. I primi segni dell’autismo diventano spesso riconoscibili nella stessa fase della vita, intorno circa all’anno e mezzo, in cui un bambino riceve diverse vaccinazioni: due eventi temporalmente vicini, in una stessa finestra temporale, vengono così trasformati intuitivamente in causa ed effetto. È uno degli errori cognitivi più antichi del ragionamento umano: nel periodo successivo al vaccino ho avuto il disturbo X, dunque la causa è il vaccino. Una storia individuale – «mio figlio è cambiato dopo il vaccino» – possiede inoltre una forza emotiva che nessuna dato scientifico può facilmente eguagliare. La vicenda inglese dovrebbe servirci per capire che cosa potrebbe accadere oggi. Una copertura vaccinale non crolla improvvisamente: viene erosa, famiglia dopo famiglia, da paure che sembrano decisioni private finché una malattia quasi scomparsa ricominci a circolare. Perché un articolo scientifico falso può essere ritirato, un medico può essere radiato, una frode può essere smontata fin nei minimi dettagli. Ma una volta che una falsa credenza è entrata nell’immaginario collettivo, cancellarla è molto più difficile.
La frode vaccini-autismo del 1998 è stata corretta da tempo, le sue conseguenze non ancora: è importante non stancarsi di promuovere l’alfabetizzazione medico-scientifica, implementata dalle scienze cognitivo-comportamentali.