Corriere della Sera, 13 settembre 2026
Intervista a Bruno Barbieri
Bruno Barbieri, chi sono gli squali?
«Persone a me molto vicine. Che mi hanno tradito. Sa, quando scoprono le tue debolezze, le tue difficoltà, entrano nella tua vita e ti mangiano vivo. Sono quelli, che io chiamo gli squali. Vivevo accanto a individui di cui mi fidavo e invece erano lì solo per fiutare il mio sangue».
Di squali e di tanto altro lo chef, storico giudice di Masterchef e conduttore di 4 Hotel, nato a Medicina, in provincia di Bologna, 64 anni fa, parla nella sua prima autobiografia «Controluce. Ombre e segreti di una vita» (Cairo editore), da martedì in libreria. «Dopo tante proposte ho sentito che era venuto il momento giusto per lasciarsi andare e parlare di me, di Bruno».
Traspare un Barbieri intimo. Forse più libero?
«Sicuramente più libero di guardare indietro. Ma anche avanti. Racconto di un uomo che per misteriosi disegni del destino è diventato popolare. Racconto la mia vita, tra momenti felici e sofferenze. Tra delusioni e tradimenti. E il titolo è proprio azzeccato: controluce puoi vedere quello che a occhio nudo non noti. E poi con questo libro mi sono tolto qualche sassolino dalla scarpa».
Lei dedica un capitolo ai tradimenti umani, appunto. Non fa nomi, però...
«Chi leggerà capirà, ne sono certo. La festa è finita. Per me l’amicizia è una cosa sacra. Svelo un momento buio dal quale però, alla fine, sono riuscito a rialzarmi».
Ed è cambiato qualcosa nel suo rapporto con gli altri?
«Tra me e certe persone è scesa una saracinesca. Tanti di loro oggi probabilmente non vivono bene. In realtà, ora ho pochissimi amici. Seleziono molto. Però sa quale è la verità? Nella vita siamo tutti soli. Siamo nati soli e moriremo soli».
Mai fatto analisi?
«A vent’anni, e mi ha molto aiutato. Tuttavia solo ora ho rimesso davvero insieme i pezzi. Nel libro racconto cosa ha significato dover fuggire da casa mia... L’ho fatto grazie al lavoro, che mi ha aiutato a scappare da una famiglia che voleva diventassi altro».
Racconta del rapporto difficile con suo padre Nello.
«Era un uomo durissimo. Veniva da una famiglia di 16 fratelli. Per lui esisteva solo il lavoro. Il senso del dovere esasperato l’ho preso da lui. Avrebbe voluto che diventassi ingegnere, ma io ero un creativo. Sono cresciuto insieme a delle donne fantastiche. Mia madre Ornella. Mia nonna materna Mina, che mi ha trasmesso la passione per la cucina. Con lei passavo giorni nelle campagna di Sasso Marconi. Per mio padre però ero un incapace. Il confronto con lui è stato doloroso. Ho avuto un’infanzia molto difficile. L’ho ritrovato solo mentre stava morendo. Riuscire a dirgli “papà ti voglio bene” è stata una liberazione».
Vi siete riconciliati?
«Penso che se ne sia andato felice perché ha capito che lui aveva sbagliato a porsi in quel modo. Non riusciva a comprendere che le mie fughe erano per trovare la mia strada. Alla fine ho fatto un passo indietro io. Avevo già il mio successo in tv. Credo sia morto orgoglioso. Non me l’ha mai detto, però l’ha pensato. Un figlio capisce cosa pensa un padre. Mi sono sentito liberato».
Si può dire che fare lo chef le ha salvato la vita?
«Sì. Mi ha aiutato a scappare da un mondo che stava diventando complesso. Erano gli anni ’80. Vivevo nell’hinterland bolognese. Molti miei amici erano morti. Ecco, io sono riuscito ad andare via, ma per anni non ho avuto un soldo in tasca. Sono sempre andato controcorrente. Che poi è quello che ci avevano inculcato al Trigabolo».
Per chi non lo ricordasse, il Trigabolo è stato un leggendario ristorante di Argenta, in provincia di Ferrara, chiuso nel ’93, considerato una pietra miliare della cucina italiana. Era guidato dallo chef Igles Corelli con una brigata di talenti tra cui un Barbieri 17enne. Facevate la cucina rock.
«Già, quando negli anni ’80 dominavano ancora la cucina francese, Marchesi e la lepre alla royal, noi preparavamo le lepri al sangue, il cervo crudo. Ancora oggi avanguardia. Fuggivamo dalla nouvelle cuisine, dagli stereotipi. Eravamo gli Anthony Bourdain italiani. Tutte persone molto complicate che hanno pagato un prezzo, nel bene e nel male. Prendevamo due soldi, giusto per mettere la benzina nella macchina».
Com’è il suo rapporto con il denaro e con il successo?
«Mi sento un uomo fortunato: ho fatto quello che volevo nella vita. Ma so molto bene che il successo va e viene. E i soldi anche. Mica sono ricco, sa? Non ho neanche la macchina. Vivo in affitto. E ho solo una casa di proprietà a Bologna, l’unica. Insomma, resto una persona normale. Però sono ricco nell’anima».
Si pente mai?
«Mi chiedo spesso che prezzo ho pagato per arrivare sin qui. Ho fatto grandi cose ma anche rinunce importanti. Oggi me ne rendo conto».
La tv è arrivata al momento giusto?
«La tv è arrivata perché probabilmente me la meritavo».
Fino a quando vorrà farla?
«Sono entrato coi capelli neri in cucina a 16 anni e ne sono uscito con i capelli bianchi... Quando ho capito che fuori ero capace anche di fare altre cose. Uno deve avere il coraggio di cambiare, perché la forza fisica che hai a 60 anni non è più quella dei 30».
E le dicono mai: tu non cucini più?
«Certo, ma io cucino eccome. La bernese e gli arrosti li so ancora fare, eh. Un pan di spagna. Non è che ti dimentichi... Semplicemente c’è un tempo per ogni cosa, e quello del ristorante è finito. Così come finirà anche quello della tv».
Se non fosse più famoso?
«Quando avverrà continuerò a girare il mondo. È sempre stata la mia fortuna. E posso farlo anche in treno senza avere una Ferrari sotto al culo. Se sei stato libero nella vita puoi permetterti tutto».
Qualcosa che non si è mai perdonato?
«Nulla. Forse però ai tempi quando scelsi Verona invece di Los Angeles... Chissà...».
Chi chiama quando sta male?
«Prima telefonavo a mia mamma. Oggi che ha l’Alzheimer chiamo invece mia sorella Brunella. Bruno, Brunella, Barbara: i miei avevano poca fantasia per i nomi...».
Lei in passato ha raccontato di aver avuto un grande amore.
«Sì, però ho sempre cercato di tenerlo per me. Siamo in tv, ma perché alle persone deve interessare cosa avviene tra le mura di casa nostra? Purtroppo il mio grande amore non c’è più. È stato un momento difficile, una delle cose più importanti della mia vita. Non mi sono mai più innamorato come allora. Era iniziato sui banchi della scuola e poi proseguito fino a una tragedia che mi ha molto segnato. Però quando vedo il figlio di questa persona, che non era il mio chiaramente, mi emoziono ancora... Ma davvero, la prego, di questo mi sono sempre detto che non parlerò mai».
È felice?
«Io sono un Peter Pan. Sono sicuramente felice della mia vita. Contento di vivere nel paese più bello nel mondo, l’Italia. Sto però anche tanto negli Stati Uniti, ma più che altro per trovare quella privacy che qui, per noi che siamo personaggi pubblici, è difficile. Spesso cerco posti lontani per staccare. Ho dormito persino sulle amache nel Rio delle Amazzoni. Il mio sogno? Una piccola casa su una spiaggia da qualsiasi parte, in un posto un po’ isolato, dove prendermi cura degli amici del cuore. La chiamerò Casa Barbieri. E nei letti ci metterò il topper, sia chiaro. Sa, nel giorno del Superbowl, tempo fa, quando ero negli Usa, ho avuto un bruttissimo incidente. Due ubriachi fradici sono passati col rosso e mi sono venuti addosso provocandomi un trauma toracico molto pesante. Quando però sono uscito tutto intero dalla macchina ho capito che l’esistenza è davvero brevissima. Vivo quindi a mille all’ora, prendendo la pillola della pressione e godendomi tutto: un tramonto, la pioggia, persino la nebbia...».
A chi consiglia la lettura del suo libro?
«Ai giovani.Per far capire loro che quando tocchi il fondo e vedi tutto buio non devi andare dallo psichiatra ma uscirne fuori e ricominciare. Nulla è mai perduto. Infatti la mia non si chiude come tutte le autobiografie. Ho lasciato la porta socchiusa. Perché la vita non finisce ancora qui».