Corriere della Sera, 13 settembre 2026
Marcello Crivellini ricorda Emma Bonino
Nessuno ha mai chiesto a Marcello Crivellini di raccontare quel giorno. Emma Bonino aveva appena scoperto di essere rimasta incinta. Marcello era lì, quella gravidanza era opera sua, oggi possiamo dire una gravidanza che ha fatto storia. L’aborto che ha fatto la storia dei diritti civili del nostro Paese.
«Era un destino, evidentemente. A Emma il suo ginecologo aveva detto che non poteva avere figli. Che era sterile».
Quando Emma rimase incinta voi eravate fidanzati?
«Sì, stavamo insieme da un paio d’anni, era il 1973».
Milano agli inizi degli anni Settanta, eravate nel pieno delle contestazioni.
«Non ancora. Sicuramente non Emma. Lei era una ragazza appena laureata in Bocconi, sfoggiava vestitini eleganti, facevamo una vita da ragazzi normali».
Vi eravate conosciuti all’università?
«No, io mi sono laureato al Politecnico. Ci siamo conosciuti perché eravamo tutti e due commissari in un esame di maturità di un istituto tecnico. Avevamo bisogno di soldi, facevamo un po’ quello che capitava».
Un colpo di fulmine?
«Macché. Siamo usciti tante volte insieme per conoscerci prima. Certo ci eravamo piaciuti, ma io l’ho corteggiata a lungo. Diciamo che siamo andati contro corrente rispetto ai metodi spicci degli amori di quegli anni».
Poi l’amore è stato bello. Anche duraturo?
«È stata una storia intensa e gioiosa. Siamo andati avanti per molti anni, ora non saprei dire quanti, perché ad un certo punto Emma è andata a Roma, in Parlamento. Abbiamo continuato a vederci lo stesso, un po’ lì un po’ a Milano, poi ancora quando pure io sono andato a Roma in Parlamento. Insomma non è facile mettere confini. Anche perché...».
Anche perché?
«Proprio dopo l’aborto di Emma la nostra storia ha preso una piega politica. E anche lì non è stato più facile stabilire i confini tra una cosa e l’altra».
Emma rimane incinta, lo stupore prevale sullo smarrimento. Ma poi?
«Poi nulla. Non abbiamo avuto mai alcun dubbio. Quella era una gravidanza sgradita. Dico meglio: Emma non ha mai avuto dubbio. Io ero d’accordo con lei».
Mai un rimpianto? Nemmeno subito dopo? O dopo tanti anni?
«Se Emma lo ha avuto non lo ha mai fatto vedere. Forse nemmeno lo ha mai confidato a nessuno. A me non di sicuro. Poi ha sempre detto che figli non ne ha mai più voluti. Io invece mi sono sposato e una figlia l’ho avuta, Giulia».
Emma ha conosciuto Giulia?
«Ma certo. Con lei Emma è sempre stata meravigliosa. Hanno anche lavorato insieme. Una volta ho fatto venire Giulia in Senato, lei era vicepresidente e l’ha portata in giro per tutto il Palazzo, spiegandole ogni cosa».
Nel 1973 l’aborto era clandestino, in maniera drammatica perché gestito dalle «mammane». Come ve la siete cavata?
«Come se l’è cavata Emma, dobbiamo dire. È stata bravissima. È’ riuscita a mettersi in contatto con Adele Faccio, lei a Milano praticava aborti con il metodo Karman, per aspirazione. Non la macelleria delle mammane».
E come ha fatto Emma a trovare Adele Faccio, lei ragazza bocconiana?
«Ah, non lo so. So che non sono rimasto stupito della sua capacità. Quella che poi abbiamo scoperto tutti noi negli anni».
Una storia gioiosa e intensa che l’aborto non è riuscito ad incrinare. Non era scontato.
«Per noi è stato normalissimo invece. L’aborto di Emma ha dato il via alla nostra battaglia per una legge che mettesse fina alla piaga degli aborti clandestini e crudeli. È diventata la battaglia del Partito radicale. Noi siamo diventati radicali per quella battaglia».
È stata Adele Faccio che ha aiutato Emma ad abortire?
«No, le consigliò di andare a Firenze da un medico che per gli aborti chiedeva cinquantamila lire. Una sciocchezza rispetto alle cifre degli altri, prezzi che variavano tra il mezzo milione e un milione di lire».
Lei andò con Emma a Firenze?
«Sì, ho ancora negli occhi le immagini della città. Ma non ho un ricordo doloroso. Eravamo sereni».
Da lì la battaglia radicale, le auto-denunce per farsi arrestare. Il metodo di disobbedienza civile inventato da Marco Pannella. Il successo della legge sull’aborto.
«Già, e tutto comincia nella piccola sede di Corso di Porta Vigentina dei radicali. Ma poi le donne che volevano abortire sono diventate così tante che avevamo aperto anche le nostre case, nella mia pure venivano medici a praticare aborti».
Era la casa dove viveva con Emma?
«No, lei divideva un appartamento con altri studenti della Bocconi. Anche se poi dopo un po’ di tempo dormiva praticamente sempre a casa mia».
Un ricordo romantico di Emma Bonino?
«Un viaggio negli Stati Uniti, prima a New York poi in California. Noi due da soli. Quasi sempre facevamo viaggi in comitiva, in giro per l’Italia con un pulmino che ci prestava un prete. O anche quella volta che siamo andati in Turchia partendo da Milano con le macchine, una carovana di R4 sgangherate. Ma se ci penso c’è un ricordo che mi prende di più».
Quale?
«Emma con sua madre Catterina che arriva a casa mia in Corso Lodi con il suo attrezzo per fare gli gnocchi. Buonissimi».