Corriere della Sera, 13 settembre 2026
Yemen, continua l’avanzata Houthi
Alla larga dallo Yemen. Inutile telefonare e ritelefonare (due volte in 36 ore) come fa Mohammed Bin Salman, il principe e leader di fatto saudita, chiedendo l’aiuto militare di Washington: l’Arabia è nei pasticci, chiaro, gli Houthi ormai controllano gran parte dell’accesso al Mar Rosso e al Canale di Suez e però, no, la guerra con l’Iran è ancora troppo fluida e gli Usa non andranno a sbattere pure su questo fronte. Scotta, il telefono. Anche «gli Houthi ci hanno chiamato – sostiene Trump —, perché non vogliono combattere contro di noi, non vogliono che li prendiamo di mira». Vero o no che sia – gli Houthi dicono di no —, la linea della Casa Bianca sembra al momento chiara: intelligence sì, soldati no.
C’è «probabilmente» l’Iran, dietro l’offensiva dei ribelli yemeniti: lo dicono i servizi israeliani, ai quali risulta che l’avanzata di questi giorni sia stata guidata direttamente dai pasdaran. E lo stesso per l’attacco di venerdì, che gli sciiti iracheni hanno lanciato al più grande oleodotto della Penisola. Ci sono le prove, ma non bastano: The Donald sa che cosa pensavano dello Yemen i consiglieri del suo predecessore Joe Biden («è un Paese piccolo che può darci enormi problemi») e dunque, liquidatorio, si limita a tranquillizzare sua altezza Mbs. «Lui è un mio buon amico – riferisce – e posso dirgli solo che tutto andrà per il verso giusto».
Mica tanto. Da Mokha e verso Gibuti, sciamano 50mila in fuga. 500 morti, nell’ultima settimana. «È un’apocalisse», dice un profugo a una tv: gente sfollata due o tre volte in pochi mesi, in uno Yemen che aveva già 5 milioni di rifugiati interni, senza dire dei 22 milioni provati da una guerra civile e una fame che dura da dodici anni. La costa e le isole del Mar Rosso sono ormai in mano ai ribelli e i sauditi provano a bombardare, ma senza grandi risultati: son bastati pochi uomini a prendere lo scoglio di Mayyun (13 km quadrati), l’area di Bab el-Mandeb è persa e lo stesso vale per gl’isolotti di Zuqar e di Hanish. Ora per le superpetroliere saudite, che da sei mesi evitavano prudenti Hormuz, è impossibile solcare anche queste acque e non si sa per quanto sarà consentito a tutti gli altri.
«Tutto quel che era sotto il nostro controllo, è caduto», ammette il governo yemenita. Il politburo degli Houthi ripete che il traffico rimane regolare, 73 navi in due giorni, il 98 per cento dei transiti soliti: «Per il momento», precisano. Le milizie filoiraniane sanno bene che le difficoltà per Riad arrivano dalle esplosioni sulla pipeline Est-Ovest. I satelliti mostrano un’enorme colonna nera di fumo che si leva dalle parti di Medina e la chiusura precauzionale dell’oleodotto, mai accaduta in 50 anni, è un vero guaio: quei 1.200 km di tubo hanno permesso quest’anno di fornire al mondo il 4-5% del fabbisogno globale d’energia, nonostante la guerra.
Riad per adesso non vuole rispondere colpendo l’Iraq, che si trova nella scomoda posizione d’avere rapporti sia con gli Stati Uniti, sia con l’Iran. Ma fino a quando? È sempre più chiaro che il sogno d’un «nuovo Medio oriente» sta svanendo: l’export di petrolio verso l’Asia era già crollato dell’85%, il Mar Rosso rischia di mandare in rosso i conti. E Bin Salman, che questa guerra all’Iran aveva cercato d’evitarla, dovrà porsi la domanda: senza l’aiuto Usa, meglio negoziare?