La Stampa, 11 settembre 2026
Berlino, luci votive accese sulle lapidi dei nazisti
Il cimitero degli Invalidi (Invalidenfriedhof) di Berlino non è un posto qualsiasi. Dal 1748 vi riposano generali della guerra franco-prussiana, ufficiali dell’Impero, protagonisti e vittime delle due guerre mondiali. È un cimitero di rango quindi, dove la morte indossa l’alta uniforme, e la gloria militare sembra sopravvivere agli uomini che l’hanno incarnata. Nell’agosto del 1961, però, venne tagliato in due dalle autorità comuniste della Germania Est, perché la sua posizione, a ridosso della Sprea, ne faceva un punto strategico per chi cercava di fuggire a Ovest.
Ogni mattina, andando al lavoro, decine di persone lo attraversano: chi porta a spasso il cane, chi corre, chi sfreccia in bicicletta. In questo viavai quotidiano, così poco da campo santo e quasi surreale, l’austerità del luogo finisce per attenuarsi. Ma non del tutto. Può capitare che qualcuno si fermi davanti alla tomba del Barone Rosso perché è bellissima, eroica ma allo stesso tempo tanto semplice. Manfred von Richthofen, considerato uno dei più celebri assi dell’aviazione militare di tutti i tempi, è sepolto nella parte più occidentale del cimitero, oltre il muro di contenimento comunista. Morì nel 1918, abbattuto in combattimento.
A pochi passi, e – fino alla caduta del Muro – dall’altra parte del cimitero, riposa il tenente Hans Fuß, per la maggioranza delle persone un perfetto sconosciuto fino a qualche giorno fa, quando l’attenzione dei passanti è stata colpita da un lumino acceso sulla sua lapide.
Il tempo e gli inverni berlinesi hanno reso quasi illeggibile l’epigrafe della sua lapide, ma si intuisce che anche lui era stato un asso dei cieli, morto nel 1942 a soli ventitré anni. Poi Google fa il resto: fu insignito di diverse onorificenze militari, tra cui la Croce di Cavaliere della Croce di Ferro, conferitagli per i suoi eccezionali meriti militari. Un pilota al servizio della Germania nazista, quindi. La sua ultima battaglia, contro la pilota sovietica Lydia Litvyak, l’aveva lasciato gravemente ferito. Morì per cancrena, nell’ospedale degli Invalidi, a pochi passi dal cimitero.
Dietro a quel nome quasi cancellato c’è dunque un pezzo della storia più buia d’Europa. Ma perché un lumino acceso a ottantaquattro anni di distanza? La domanda si arricchisce di nuove evidenze: basta guardarsi intorno per trovarne altri. E solo sulle lapidi di nazisti: di alcuni si legge solo la data di morte, di altri è possibile ricostruire la vicenda. Manfred Kleinau, ad esempio, era un veterano della prima guerra mondiale che fu richiamato in servizio come ufficiale e promosso maggiore. La sua storia viene ricordata perché fu uno dei primi ufficiali a cadere sul fronte tedesco all’inizio della Seconda Guerra Mondiale: durante una missione di ricognizione, si scontrò con un’autoblindo polacca e morì il 1° settembre 1939, mentre era al comando del II Battaglione del 66° Reggimento di Artiglieria durante l’invasione tedesca della Polonia.
La Germania ha fatto molto per confrontarsi con la grandiosità suicida di Guglielmo II, che contribuì a portare l’Europa alla Prima guerra mondiale, e quella compensatrice e di rivincita di Hitler. Ma il lavoro della memoria non è mai definitivo, e, soprattutto non è mai uguale dappertutto.
È qui che il cimitero diventa uno specchio. E il suo riflesso, a pochi giorni dalla vittoria di AfD in Sassonia Anhalt (ex Germania comunista), dove il confronto con gli anni più bui del Novecento tedesco ha seguito un percorso diverso e – per lungo tempo, non ha trovato lo stesso spazio che ha avuto a Ovest – diventa inquietante. La domanda, quindi, ritorna: perché questi lumini accesi? Familiari, forse? Qualcuno che conserva una memoria privata, o vede prima di tutto soldati e giovani uomini morti in guerra? Un macabro omaggio? Il cimitero degli Invalidi di Berlino è uno specchio particolarmente lucido della storia tedesca. E così di quelle europea. Ci ricorda che la nostalgia per la grandezza diventa pericolosa quando cancella il prezzo pagato per quella fantasia, che quando la nostalgia diventa malinconia, il ricordo si tinge a lutto. E che l’onore militare, separato dalla moralità della causa, può diventare uno strumento per giustificare l’ingiustificabile. E che i morti, quando smettiamo di interrogarli, possono diventare armi nelle mani sbagliate.
Quel lumino, anzi, quei lumini, su lapidi naziste quasi cancellate dal tempo, ci dicono che in Europa stiamo rischiando la pace molto più di quanto ci piace raccontarla. E che se continuiamo a sottovalutare il problema, quando ci saranno troppi lumini accesi sarà troppo tardi.