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 2026  settembre 11 Venerdì calendario

Marillon Cotillard parla di sé e del suo abbigliamento

Per i giovani registi è complicato trovare spazio in un mercato che mette al primo posto il profitto. Marion Cotillard lo sa, anche per esperienza personale. «Negli ultimi anni ho partecipato a progetti indipendenti come La Tour de Glace, Little Girl Blue e Annette. Senza il supporto di Chanel non ce l’avremmo fatta, semplicemente perché non c’erano abbastanza fondi». Lo stesso, spiega, vale per Roma elastica di Bertrand Mandico, presentato all’ultimo festival di Cannes, dove l’attrice è stata protagonista anche di Karma, diretto dal suo ex compagno Guillaume Canet, che ha scritto la sceneggiatura per lei. Alla Mostra del cinema di Venezia, che si concluderà domani, Cotillard è stata madrina di Biennale College, l’iniziativa per la formazione di talenti internazionali in collaborazione con Chanel, di cui è ambassador.
Come vive questo ruolo?
«Molti film non vedono mai la luce perché sono difficili da finanziare. Mi sento fortunata a far parte di un programma che permette ai giovani registi di essere liberi di esprimersi e di avere un pubblico, anche se magari non enorme. Ricordo quando fosse stato importante, parecchi anni fa a Cannes, sentire che c’erano persone che credevano in me. Ha rafforzato la mia autostima e mi ha dato la forza di continuare».
È qui in qualità di mentore, ma lei a chi si ispira?
«Nei ruoli drammatici mi riesce naturale mettermi alla prova. Con la commedia faccio più fatica. Ammiro molto le attrici capaci di fare entrambe le cose, da Isabelle Huppert a Juliette Binoche e Adèle Exarchopoulos: le studio per capire come ci riescono».
Come si è evoluto nel tempo il suo rapporto con Chanel?
«Per me è una famiglia. Coco ha impresso nel Dna della maison il sostegno agli artisti e alle donne. La mia storia con loro è iniziata molti anni fa. E, quando ci siamo ritrovati, è stato bello continuare un percorso di idee e valori comuni. Quando ho realizzato lo spot di Chanel N°5 abbiamo ragionato a lungo sul modello femminile che volevamo mostrare. Non si tratta solo di essere il volto di un profumo, il lato artistico per me è fondamentale».
La fama ha cambiato il suo stile?
«Non penso di avere uno stile preciso, ma mi rendo conto che lo stile che non ho mai avuto si è evoluto nel tempo (ride, ndr)».
Scusi?
«Lo so, sembra una risposta assurda. Ho provato diverse volte a vestirmi in un certo modo perché pensavo fosse cool, però si vedeva che mi stavo sforzando. Pensavo: “Sarà fantastico”. Ma quando mi rivedevo nelle foto mi chiedevo: “Cosa avevo in testa?”. Succedeva già ai tempi del liceo. Acquistavo un mucchio di cose che poi non mettevo. Oggi ho l’armadio mezzo vuoto perché ho dato via tantissimi capi. Se per un anno non li indosso, li regalo. E questo è il modo in cui si è evoluto il mio “non-stile”».
Un anno fa è arrivata ai 50, come se li immaginava?
«In passato mi chiedevano sempre: “Dove ti vedi tra 10 anni?”. Non sapevo che cosa rispondere, da giovane non sai bene chi sei ed è difficile proiettarsi in avanti. Oggi, però, la bambina che voleva solo liberarsi dalle sue paure e fare l’attrice sarebbe felice di vedere chi è diventata».
Nel 2008 ha vinto un Oscar per il ruolo di Édith Piaf in “La vie en rose”. Che cosa le è rimasto di quell’esperienza?
«Ho un legame speciale con lei. Ogni volta che vedo il suo volto o ne sento la voce percepisco una connessione profonda. Ha cambiato la mia vita e ormai ne fa parte».
Ha provato una connessione simile con altri sconosciuti?
«Sì. Con i miei antenati. O con alcuni artisti. Da ragazza ho dormito sulla tomba di Amedeo Modigliani perché pensavo di esserne la reincarnazione!
Era il mio pittore preferito, andavo ovunque fosse stato a Parigi, ero ossessionata dai suoi dipinti, specialmente quelli dedicati a Jeanne Hébuterne, mi sentivo legata alla loro storia d’amore».
Come valuta i progetti e i ruoli che le vengono offerti?
«Da quando c’è mia figlia (Louise, nata nel 2017) ho rifiutato molti ruoli. Il mio primogenito (Marcel, oggi 15enne, ndr) aveva sei anni quando è nata la sorellina e fino ad allora lo avevo portato ovunque con me. Ma, a quel punto, desideravo che avesse una vita stabile».
È stato un sacrificio?
«Non me ne sono mai pentita. Quei personaggi sono stati interpretati da attrici che ammiro ed è stato bello vederli prendere vita grazie a loro. Non volevo andare troppo lontano da casa, fisicamente ed emotivamente. Ho la tendenza a scegliere ruoli drammatici. Quando ero incinta mi proposero la parte di una donna malata di cancro: non ho nemmeno letto il copione. Era semplicemente impossibile interpretarla in quel momento».