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 2026  settembre 11 Venerdì calendario

Creata una copia virtuale della mummia di Ötzi

Dal 1991, quando Ötzi, l’Uomo di Similaun fu trovato tra i ghiacci della Val Senales e portato a valle, 5300 anni dopo il suo misterioso assassinio a quota 3.213, la scienza ha a disposizione il suo corpo da studiare. A Bolzano, dentro una cella frigorifera a -6 gradi con il 99% di umidità, il Museo Archeologico dell’Alto Adige conserva questo straordinario reperto di Ötzi, ma gli scienziati da tempo si chiedevano come fare per studiarlo approfonditamente senza doverlo estrarre dalla camera di crio conservazione che lo protegge. Ora è nato il progetto che ha portato il gruppo interdisciplinare dell’archeologo trentino Luca Bezzi, fondatore di Arc-Team con il fratello Alessandro, a realizzare un gemello digitale di Ötzi, di cui la rivista scientifica internazionale Heritage ha parlato in questi giorni.
La copia digitale di Ötzi
Nella sede di Cles, dove già Arc-Team aveva ricostruito tridimensionalmente il volto di Sant’Antonio da Padova in collaborazione con l’Università di Padova, lo specialista in archeologia digitale e documentazione 3D e i suoi collaboratori hanno creato una copia digitale della mummia in 3 dimensioni e ad altissima risoluzione, combinando 1.294 fotografie in HD con i dati della Tac effettuata nel 2021 all’Ospedale di Bolzano. Così l’uomo dei ghiacci potrà essere studiato da scienziate e scienziati anche online e nei minimi dettagli, senza toccarlo o spostarlo dalla speciale cella frigorifera che dal 1998 lo protegge, unica al mondo per il suo duplice obiettivo di conservazione e fruizione visiva da parte del pubblico. Cella rinnovata nel 2003 con un sistema di refrigerazione che ne riveste le pareti interne con ghiaccio spesso 1,5 centimetri per garantire maggiore umidità e con un nuovo impianto di illuminazione.
«Nuove prospettive per la ricerca»
«Questo progetto commissionato dal Museo Archeologico dell’Alto Adige – spiega Luca Bezzi – apre nuove prospettive per la ricerca, la conservazione e la divulgazione. Per la prima volta infatti riunisce in un unico modello la documentazione ad alta risoluzione della superficie di una mummia e i dati fotogrammetrici della tomografia computerizzata del suo interno. Ciò oggi consente di studiare virtualmente le ossa dello scheletro, ma la prossima Tac prevista tra 7 anni ci parlerà degli organi interni: il cervello ad esempio appare facile da esaminare. E potremmo usare nuove tecnologie promettenti e forse il laser a luce blu». Elisabeth Vallazza, la direttrice del Museo Archeologico dell’Alto Adige, fa notare: «Ripetendo regolarmente queste analisi si individueranno e confronteranno anche minime variazioni delle condizioni della mummia Ötzi».
Le difficoltà e il berretto di pelliccia d’orso
Il progetto era partito per monitorare i reperti dell’Uomo di Similaun e poi è stato esteso al corpo, ma non sono mancati i problemi. «Cuoio, pelliccia, legno, rame, fibre vegetali, selce, pelle e ghiaccio riflettono la luce in modo molto diverso, quindi abbiamo adattato il metodo di acquisizione a ciascun materiale – rivela Luca Bezzi –. L’oggetto più difficile si è rivelato il berretto di pelliccia d’orso, per il quale abbiamo sperimentato i campi di radianza neurale dell’Intelligenza Artificiale che, lavorando sulla fisica della luce, ci hanno permesso di rilevare in alta risoluzione quella complessa struttura tridimensionale: se invece ci fossimo limitati ai tradizionali modelli 3D poligonali, i dettagli sarebbero stati scarsi. Rispetto poi alla mummia, è stato difficile documentarla per via del riflesso della pelle bagnata dovuto alla umidificazione della cella, per questo il team ha sviluppato uno specifico metodo di acquisizione con luce polarizzata, riducendo parecchio i riflessi indesiderati e ottenendo un modello che raggiunge una risoluzione spaziale submillimetrica».
I tatuaggi
L’esperto conclude dicendo che forse Ötzi è la sola mummia documentata con un mix di Tac e fotogrammetria. «Si vedono bene i 61 tatuaggi, che potrebbero essere tatuaggi medici, un sorta di agopuntura, curativa. Il prossimo passo di grande interesse sarà scoprire se coprivano aree malate del suo corpo». Questo proverebbe che nell’Età del Rame i medici non erano affatto primitivi.