Corriere della Sera, 11 settembre 2026
Non si cura guardando negli occhi
Pur essendo irrimediabilmente fatalista, negli ultimi giorni mi sono detto, ma che crudele destino il mio. Perché, nell’intervista a Stefano Lorenzetto di martedì 8 settembre sul Corriere, il Dr. Melelli Roia, soprattutto iridologo, ha raccontato che i medici tendono a morire prima degli altri. L’affermazione era accompagnata dal ricordo del padre medico che raggiungeva i pazienti con gli sci. Ed io scio da quando ho 5 anni.
In realtà, con un certo sollievo e buona pace della categoria, vari studi dimostrano l’esatto contrario. Negli Stati Uniti, la mortalità dei medici fra 25 e 74 anni nel periodo 2020-2022 è risultata quasi la metà rispetto ai lavoratori non sanitari ad alto reddito. In Austria, dal 1998 al 2020, la mortalità complessiva dei medici è risultata più bassa del 55% negli uomini e del 40% nelle donne. Studi analoghi condotti nel Regno Unito, Danimarca, Estonia e Norvegia, in epoche diverse, hanno confermato che, rispetto alla popolazione generale, i medici tendono a vivere più a lungo, non meno. Insomma, non sappiamo se il camice allunghi la vita. Sappiamo però con discreta sicurezza che non l’abbrevia.
La medicina non è una scienza esatta, ma alcune sue affermazioni sono abbastanza esatte da poter essere controllate. Nell’intervista, il dottore ha spaziato su altri argomenti di sicuro impatto, se lasciati senza qualche spiegazione. Ne riprendo un paio.
Il primo: è vero, circa il 90% della serotonina dell’organismo si trova fuori dal cervello e gran parte viene prodotta nell’intestino da cellule denominate «enterocromaffini». Sono meno dell’1% delle cellule della mucosa intestinale ma sono molto importanti perché agiscono come dei sensori: percepiscono stimoli meccanici e chimici presenti nel lume intestinale e in risposta rilasciano serotonina che agisce localmente sulle fibre nervose, contribuendo a motilità, percezione viscerale e controllo della nausea. Questa serotonina è inoltre captata dalle piastrine che l’utilizzano per le funzioni di emostasi. Però, la serotonina prodotta dall’intestino non è una riserva a disposizione del cervello per due motivi essenziali: è prodotta attraverso un sistema molecolare diverso e, soprattutto, non attraversa la barriera emato-encefalica, la struttura che separa e protegge il cervello dal contatto con il sangue circolante. In altre parole, intestino e cervello producono ciascuno la propria serotonina e quella intestinale non può trasferirsi al cervello.
Questo non significa che intestino e cervello non comunichino. Al contrario, l’asse intestino-cervello è oggi un campo di ricerca solido. Un recente articolo di Nature Reviews Microbiology descrive come, in una simbiosi tra regni biologici diversi, i batteri intestinali cooperino con l’ospite animale nel modulare sviluppo e funzione dei sistemi immunitario, metabolico e nervoso attraverso una comunicazione dinamica e bidirezionale. Questi processi possono avere conseguenze sulla salute umana, ma gran parte delle conoscenze sulle interazioni tra microbiota e cervello deriva ancora da modelli animali. Tradurre questi risultati in spiegazioni di malattie umane complesse comporta limiti evidenti.
Ad esempio, ansia e depressione, non sono il risultato di un semplice difetto di serotonina. Coinvolgono circuiti cerebrali complessi che comprendono aree corticali e strutture profonde, l’asse ipotalamo-ipofisi-surrene, meccanismi di plasticità e funzionamento sinaptico e predisposizione genetica. Le efficaci terapie farmacologiche che abbiamo a disposizione modulano questi sistemi e non costituiscono semplicemente un rifornimento di serotonina.
La biologia è una cosa complessa, ma la sua comprensione permette di spiegare fenomeni che altrimenti resterebbero nella sfera della magia.
Arrivo alla seconda. Il dottore racconta di un maestro capace di riconoscere dall’iride un tumore della mammella sei anni prima, un infarto due anni prima, e individuare predisposizioni ereditarie risalendo fino a sei generazioni. La fortuna è che l’iridologia sia facilissima da mettere alla prova. Non occorrono cose complicate: si prendono persone malate e sane, si fotografano gli occhi, si mescolano le fotografie, non si dice all’iridologo chi è chi, e si guarda che cosa succede. È stato fatto. Nel 1979, JAMA pubblicò un lavoro nel quale si mostravano a tre iridologi, in ordine casuale e senza informazioni cliniche, gli occhi di 143 persone, 48 delle quali avevano una severa malattia renale. La capacità diagnostica non risultò migliore del caso. Nel 1988, il British Medical Journal pubblicò uno studio analogo in 39 pazienti affetti da disturbi della cistifellea e 39 controlli sani. Cinque esperti iridologi raggiunsero un’accuratezza diagnostica del 51%. Una moneta ben motivata se la avrebbe potuta giocare con soddisfazione. Ma lo studio scientificamente più divertente è quello sui tumori. Nel 2005 un iridologo esaminò 110 persone, di cui non conosceva la diagnosi, 68 delle quali avevano un tumore già dimostrato. Gli fu perfino permesso di indicare fino a cinque diagnosi per ogni soggetto. Ne riconobbe 3 su 68, il 4%. Il paradosso dell’iridologia sembra quindi essere questo: non vedere un tumore quando già c’è, ma pretendere di prevederlo sei anni prima che compaia.
Insomma, a me gli occhi, please. Perché, come diceva Niels Bohr, premio Nobel per la Fisica nel 1922, è difficile fare predizioni, soprattutto sul futuro