Corriere della Sera, 11 settembre 2026
La parabola di Al Qaeda non è ancora terminata
La lunga marcia di Osama (e in parte di Al Qaeda) è partita nel lontano agosto del 1996. Una data simbolica, perché preceduta da una crescita esponenziale di spinte integraliste con «colori» diversi. Ma in quell’estate lo «sceicco» Bin Laden dichiarerà guerra agli americani, una fatwa seguita da alcuni attacchi sanguinosi in Africa, dalla successiva promessa di portare il conflitto negli Stati Uniti e dall’operazione speciale dell’11 settembre, con gli aerei usati come missili contro le Torri Gemelle e il Pentagono.
La Casa Bianca risponderà con il «conflitto più lungo», con l’intervento in Afghanistan e la disastrosa invasione dell’Iraq, una campagna totale alla quale si assoceranno molti alleati. Ci saranno ancora attentati, compresi alcuni in Europa, ma in maniera lenta il movimento fondato dal ricco saudita sarà costretto a ripiegare. Nel 2011 lo stesso leader sarà ucciso ad Abbottabad, in Pakistan, così come erano stati eliminati nel corso del tempo i principali quadri, poi toccò nel 2022 al suo successore, Ayman Zawahiri, liquidato da un drone su un balcone di Kabul.
La sfida
Intanto Al Qaeda, oltre a doversi riparare dalla caccia incessante, ha dovuto affrontare una sfida maggiore: lo scisma dello Stato Islamico. Realtà più feroce e dinamica, capace di attirare migliaia di mujaheddin, agile e potente, in grado di scuotere il Medio Oriente per poi colpire a ripetizione nel cuore dell’Europa, negli Usa o in Australia. Anche questa fazione subirà la reazione veemente degli avversari, perderà gradualmente le sue basi, vedrà sparire uno dopo l’altro i suoi califfi, fatti fuori dai raid precisi. Tuttavia non svanirà, così come non è scomparso il qaedismo: ha cambiato pelle e tattica.
Oggi sentiamo parlare poco della «casa madre» affidata – forse – all’ex militare egiziano Seif al Adel, detto la «spada della vittoria». Sarebbe lui il numero uno nascosto, dicono, in Iran, dove lo terrebbero sotto controllo. Non è un personaggio da video, da proclami. Preferisce restare nell’ombra, anche per non dare riferimenti alle intelligence. Il rilievo minore della gerarchia è una scelta ma soprattutto la conseguenza di quanto è avvenuto. Al Qaeda si è trasformata in una composizione di singoli «bracci» regionali che agiscono con obiettivi più locali. Per sfruttare al meglio le condizioni favorevoli. E su alcuni fronti continuano a registrare successi.
Le costole
Nel Sahel è incalzante l’azione del Jnim, movimento che spesso collabora con forze separatiste (tuareg), per aumentare la propria influenza. Nella sua linea di tiro il Mali ora «protetto» dalla Russia e altri Stati. I qaedisti sono ben armati, usano a loro vantaggio un territorio esteso e gli errori dei regimi appoggiati dalla Russia. A ciò si aggiunge la tattica dei sequestri: hanno incassato decine di milioni di dollari di riscatti.
Più a Sud, nel Corno d’Africa, operano gli Shabab. Mai domi, uniscono stragismo e guerriglia, trafficano di tutto. Sull’altra sponda c’è una delle componenti storiche, Al Qaeda nella penisola arabica (ossia Arabia-Yemen), la preferita di Osama. Infatti, tra tutte è quella che dopo l’11 settembre ha organizzato attentati (alcuni riusciti) in Occidente. Un vero laboratorio: ricordate le mutande-bomba?
Ad Oriente, invece, il qaedismo sventola il suo vessillo nella regione indo-pachistana. Queste sono alcune delle «costole» di un network che, stando ad alcuni osservatori, non sarebbe più in grado di elaborare grandi disegni preferendo concentrarsi su target vicini. C’è chi invita a guardare cosa è avvenuto in Siria, dove l’entità qaedista ha riposto nell’armadio la divisa jihadista per indossare giacca e cravatta. Una rottura formale con il passato, un cambiamento per governare al posto degli Assad ed essere potabile.
Deriva individualista
È un panorama molto più sfumato dove gli interpreti della guerra santa agiscono in Occidente in modo individuale e con scarsa organizzazione. Approccio che vale per Al Qaeda ma soprattutto per lo Stato Islamico. La minaccia è incarnata da elementi mossi più da ragioni personali che politiche. Non di rado prevale la violenza per la violenza mentre l’ideologia radicale è soppiantata da «culti» violenti privi di bandiere. I nichilisti, i seguaci del true crime affascinati dalle torture, uomini e donne che odiano la società e si comportano da terroristi. A questo si aggiunge il terrore sponsorizzato dagli Stati.
Eppure, nonostante questa nuova realtà, il qaedismo non viene mai trascurato. Per routine e perché si ritiene che il suo messaggio di fondo non sia mai morto del tutto.