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 2026  settembre 11 Venerdì calendario

Petrolio e gas, nuovi rialzi. E ora scricchiolano i mercati dei debiti sovrani

Per mesi la Cina è stata la banca centrale del petrolio nel mondo: l’entità che silenziosamente garantiva la relativa stabilità del mercato della più importante materia prima, mentre la chiusura dello Stretto di Hormuz si protraeva. Non più. Pechino, sempre senza lasciarsi andare a una sola parola di commento, ora torna a giocare per sé. E ciò basta a spingere ancora più in alto le ondate di stress in tutti i mercati fra loro collegati come vasi comunicanti: non solo il greggio, con il Brent ieri oltre 107 dollari al barile per la prima volta da maggio, anche il gas naturale in Europa ormai a 82 euro a megawattora (ai massimi da quasi quattro anni), ma soprattutto i titoli di Stato i cui rendimenti per le prime economie del mondo sono ai massimi da decenni.
La Cina era stata il grande calmiere del greggio e dunque la garante dell’economia mondiale per i primi sei mesi della guerra del Golfo. Lo aveva fatto riducendo la propria domanda di petrolio, probabilmente ricorrendo alle sue immense scorte: a febbraio le raffinerie della Repubblica popolare importavano oltre 12 milioni di barili al giorno, ma a giugno gli acquisti erano crollati a sette milioni al giorno. È plausibile che da Pechino fosse arrivato l’ordine di intaccare le riserve strategiche per mantenere i prezzi mondiali quanto possibile sotto controllo. Un’esplosione delle quotazioni avrebbe infatti impresso una frenata a tutte le economie dalle quali la Cina dipende per il proprio export, dall’Europa all’America Latina. Di certo il calo di acquisti di greggio della Repubblica popolare è equivalso a un taglio della domanda mondiale di circa il 5%, sufficiente a dare un contributo decisivo a far sì che i prezzi non esplodessero malgrado la chiusura dello Stretto.
Ora le tendenze si sono invertite. Da luglio le imprese cinesi hanno ripreso ad importare di più, in agosto per 9,3 milioni di barili a giorno. Meno di prima della guerra, ma abbastanza per incrinare nei mercati l’immagine costruttiva delle azioni di Pechino. Certo i cinesi non spiegano mai i loro obiettivi, né rivelano l’entità delle loro scorte. È possibile che abbiano ripreso a comprare di più perché ormai hanno bisogno di ricostituire parte delle loro enormi riserve, stimate in 1,4 miliardi di barili. Forse hanno approfittato del costo più ragionevole del Brent in agosto per comprare. Ma ormai uno dei meccanismi che aveva frenato i prezzi dall’inizio della guerra nel Golfo si è inceppato.
Naturalmente gli smottamenti hanno cause diverse e piene di risvolti. Se il barile di Brent ieri era ai massimi da quasi quattro mesi è, in primo luogo, per gli sviluppi del conflitto del Golfo stesso. Il Wall Street Journal scrive che l’Iran è tornato a produrre missili balistici e di sicuro non sta rinunciando a combattere per il controllo di uno stretto di Hormuz da cui escono ancora almeno cinque milioni di barili al giorno in meno rispetto a febbraio.
Intanto l’Arabia Saudita, secondo produttore mondiale dopo gli Stati Uniti, si profila come una nuova fonte di tensioni. Ha appena annunciato che la sua estrazione in agosto era ai minimi dall’inizio della guerra. E gli Houthi, la milizia yemenita alleata di Teheran, stanno stringendo sempre più la loro morsa militare sullo stretto di Bab el-Mandeb all’uscita del Mar Rosso verso l’Oceano Indiano. Quel passaggio è fondamentale per il transito del greggio saudita (almeno 5 milioni di barili al giorno) trasportato via oleodotto verso il Mar Rosso per aggirare il blocco di Hormuz. Ma se Bab el-Mandeb non è più sicuro, i sauditi saranno costretti a spostare il greggio attraverso un oleodotto in Egitto verso Alessandria e allora l’azione ostile dell’Iran contro di loro potrebbe avvicinarsi al Mediterraneo.
Anche il prezzo del gas naturale è in tensione e un ruolo lo hanno gli errori dei Paesi europei. Con le forniture dal Qatar paralizzate dalla guerra e l’embargo sul metano russo che scatta fra cento giorni, la Germania si è fatta sorprendere con le scorte piene appena al 55% in vista dell’inverno. Sono dunque probabilmente iniziati gli acquisti da panico, che fanno salire i prezzi ancora di più.
A loro volta, queste tensioni alzano le previsioni di inflazione e spingono gli aumenti dei tassi delle banche centrali, dopo la mossa di ieri della Bce. Anche così si spiega la giornata di forti scosse nei mercati dei titoli di Stato. Il decennale italiano rende ormai il 4,38/ (più 0,09% ieri), ai massimi dal 2023; quello francese il 4,43% – molto più di quanto previsto in bilancio – con la distanza più ampia mai vista dalla Germania dalla crisi dell’euro. E anche il debito americano è ormai in evidente tensione, con il rendimento decennale che sfiora il 5 per cento.