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 2026  settembre 11 Venerdì calendario

Allarme per l’avanzata degli Houthi verso Bab el-Mandeb

E adesso, lacrime e sangue. Messo all’angolo dalle grandi battaglie navali per Hormuz, continuando a minacciare la chiusura dello Stretto, l’Iran sgancia la bomba che tutti temevano. Non l’atomica. Quella, pesantissima, degli amici Houthi: dopo giorni d’avanzata, le milizie sciite dello Yemen conquistano l’isola di Zuqar e il porto di Mocha, che un tempo contava per le rotte del più aromatico dei caffè e oggi è importante perché guarda il Mar Rosso e 70 km più giù anche Bab el-Mandeb, la Porta delle Lacrime, l’altro grande, pericoloso, talvolta innavigabile stretto del petrolio mediorientale. I video postati mostrano le camionette e i mitra al cielo, i 20mila civili sfollati, i clacson e i megafoni, le bandane e i ringraziamenti urlati al Profeta. Han di che festeggiare, gli Houthi: dalle coste del Paese più povero del Medio oriente, ora possono sognare di far da doganieri d’un corridoio di mare che vale mille miliardi di dollari l’anno e che l’Arabia Saudita alleata degli Usa, la più grande produttrice mondiale di greggio, finora sfruttava per evitare Hormuz e i missili iraniani. I miliziani ribelli, che da dodici anni sono finanziati da Teheran per combattere il governo dello Yemen, sanno bene che la conquista è provvisoria e servirà molto più di qualche barchino-kamikaze. Promettono così che il passaggio sarà garantito a tutte le petroliere, escluse le saudite (quanto basta perché le quotazioni dell’oro nero schizzino di 5 dollari e il mondo capisca subito che lacrime saranno).
È una mezza vittoria dell’Iran. «Non abbiamo nessun controllo sugli Houthi», dicono sornioni i Pasdaran che in teoria, presto, potrebbero anche chiudere gli accessi marittimi alla Penisola arabica e a Suez, bloccare gli scambi delle merci globali fra il Mediterraneo e l’Asia, costringere i cargo a circumnavigare tutta l’Africa. È un colpo basso, per Usa e Israele: fin da giugno, il premier israeliano Bibi Netanyahu avvertiva l’alleato Donald Trump che lo Yemen è troppo lontano e per i caccia israeliani è difficile controllarne i cieli h.24, com’era invece accaduto con l’attacco all’Iran. È un pessimo risveglio per l’Arabia, che nella guerra civile yemenita è già rimasta impantanata a lungo: può contare su un accordo militare di mutuo soccorso anti-Iran firmato alla Mecca coi sunniti del Pakistan e della Turchia, ma Islamabad e Ankara non sembrano al momento disponibili. Una minaccia alla via d’acqua di Bab el-Mandeb costringerà probabilmente la comunità internazionale a pattugliamenti, forse a interventi come a Hormuz: il ministro degli Esteri di Riad, Bin Fahran, non ha escluso nuovi ingressi armati.
Qualche mese fa, la vignetta d’un giornale israeliano prevedeva l’escalation: «Gaza, Libano, Iran... Ho bisogno di calmarmi», diceva un marito in poltrona, leggendo il giornale; «ti preparo un caffè», rispondeva perfida la moglie, servendo una tazza con la scritta Mocha Yemen. La caduta del porto sul Mar Rosso fa ribollire una guerra civile che ha già sepolto 150mila morti, scatenato una delle peggiori carestie di questo secolo. E che pareva frizzata dalla tregua del ‘22. In questi mesi, rispetto ai palestinesi di Hamas e agli Hezbollah libanesi, gli Houthi hanno sfruttato la lontananza geografica e mantenuto un profilo basso: quando han provato a colpire le navi israeliane, son stati subito rimessi al loro posto. Le nuove conquiste ne fanno ora una pedina fondamentale e sviluppano la strategia iraniana: allargare i fronti, colpire Trump nel portafoglio. Col sangue, almeno 10mila morti in sei mesi, abbiamo già dato. Per le lacrime, si spalanca una nuova Porta.