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 2026  settembre 11 Venerdì calendario

Preferenze, il sì al Senato. Ma l’opposizione attacca

Sì alle preferenze ma no a quelle «pure», nessun voto sprecato ai fini del computo delle coalizioni e via alla raccolta di firme per le formazioni piccine. Al termine di due giorni di trattative, minacce e fibrillazioni, la maggioranza si è ricompattata in un accordo sulla legge elettorale: il primo emendamento è stato votato, per gli altri si riprende oggi.
Dopo una vigilia di suspence è stato bocciato il subemendamento di Dario Parrini (Pd) il primo di tutti quelli analoghi presentati unitariamente dal campo largo, mirati a eliminare i capilista bloccati e le «crocette» per esprimere le preferenze, anziché scrivere il nome del candidato. Iniziativa peraltro simile all’emendamento Vannacci, già votato da FdI alla Camera, ma bocciato dalle opposizioni, assieme a Forza Italia.
Il sì della maggioranza è andato invece all’emendamento di Marco Lisei (FdI) che prevede tre crocette da apporre, con alternanza di genere, su una lista di sei nomi prestampati e capolista bloccati. Il massimo consentito dal patto con FI e Lega che in cambio hanno dato assicurazioni di votare un’altra modifica alla norma anti cespugli. Le piccole formazioni non vedranno più i loro voti sprecati ai fini del computo di coalizione, ma avranno un vincolo tutto nuovo. Quelle che non hanno rappresentanza parlamentare dovranno raccogliere tra le 9 e le 10mila firme a collegio per potersi presentare agli elettori.
Dure le accuse contrapposte di voler togliere agli elettori la libertà di scelta. Con Pd, M5S, Avs e Iv che denunciano «le loro sono preferenze farlocche» e Giuseppe Conte (M5S) che attacca: «È una legge-truffa che favorisce la casta». Mentre la maggioranza, che rinfaccia alla sinistra di aver voluto sempre leggi senza preferenze inclusa l’attuale, ha alzato cartelli per rivendicare: «Con noi le preferenze, con loro zero preferenze». La premier Giorgia Meloni rivendica, in un post: «La differenza non è tra chi vuole più preferenze e chi ne vuole meno. È tra chi le ha rimesse nella legge e chi no». Rimarca la premier che «mancavano dal 1993. E oggi tornano perché il centrodestra ha scelto di reintrodurle, su proposta di FdI». E alla «sinistra che oggi sostiene che non basta» rinfaccia: «Non è credibile chi non le ha mai volute in questi 35 anni e ha votato per bocciarle anche un mese fa».
Replica a distanza la dem Elly Schlein: «Meloni per non perdere la legge ha perso la faccia» e ricorda che la premier diceva «va bene qualsiasi legge purché abbia le preferenze, ma al nostro emendamento unitario sulle preferenze per tutti la destra ha votato contro». Mentre, aggiunge, ha votato con la sua maggioranza un emendamento «che reintroduce i capilista bloccati». Una legge incostituzionale contro cui, annuncia Schlein, assieme alle altre opposizioni «faremo muro, perché ha un premio abnorme ed è una legge che fa l’antipasto del premierato».
In realtà il governo, per bocca della ministra delle Riforme Casellati, sulle proposte delle opposizioni si è rimesso all’Aula: «Il parlamento è sovrano». Poi però il centrodestra ha trovato l’accordo tra i leader. La battaglia unitaria ha elettrizzato le opposizioni. Peppe De Cristofaro (Avs) esalta «la battaglia politica unitaria» prima di criticare la norma che «divide, di fatto, i candidati in quattro categorie: super-blindati (capilista inseriti nel premio di maggioranza), blindati (capilista bloccati nei collegi sicuri) ordinari (in collegi dalla vittoria incerta) e sfigati» che non saranno mai eletti. Simmetriche le accuse del centrodestra: «Non si può prima festeggiare il no all’introduzione delle preferenze e poi proporle. È chiaro che il tentativo è spaccare la maggioranza», ha detto il capogruppo FdI Lucio Malan, cui è toccato il compito di motivare la frenata brusca alle tentazioni di FdI di dire sì alle preferenze pure. Sincero Gasparri (Fi): «È un accordo». Esulta Gelmini (Nm) «La sinistra non è riuscita a dividerci».