la Repubblica, 10 settembre 2026
La Casa Bianca vorrebbe il trumpiano Mladenov all’Onu
La pace ad Hormuz? Si può, se a far da garante è l’Onu. Ma non le Nazioni Unite guidate da Antonio Guterres, bensì quelle con un segretario generale “affidabile”. Uno come Nickolay Mladenov, già ministro della Difesa e degli Esteri della Bulgaria, ex coordinatore speciale del Palazzo di Vetro per il Medio Oriente e ora direttore generale del “trumpianissimo” Board of Peace, quell’organismo inventato dal tycoon per sostituire proprio l’Onu e farsi pagare qualche miliardo di dollari dagli aderenti.
Negli ultimi giorni il presidente americano, infatti, ha iniziato a sondare “amici” e interlocutori, anche in Europa, in merito a questa soluzione. Lo ha fatto pure con Vladimir Putin. L’operazione è scattata poche settimane fa. E parte da un presupposto ineliminabile per la Casa Bianca: se si vuole porre fine alla guerra contro l’Iran, Teheran non può avere il controllo dello Stretto di Hormuz. Lasciarlo ai Guardiani della Rivoluzione e all’Oman sarebbe una sconfitta troppo evidente per gli Stati Uniti. Una condizione inaccettabile prima delle elezioni di midterm di novembre ma anche dopo. Non a caso i bombardamenti sono ricominciati proprio sulla base del tentativo iraniano di amministrare il traffico di mercantili nel Golfo Persico. Allora nei contatti diplomatici tenuti dagli “sherpa” americani e del Vecchio Continente in vista dell’Assemblea generale dell’Onu di fine mese, il nodo di come possa essere gestito quel tratto di mare tanto decisivo per il commercio di petrolio e gas si sta sempre più stringendo.
Al punto che il “Commander in Chief” – nelle relazioni ufficiose con gli alleati – ha iniziato a non escludere un ruolo per le Nazioni Unite. Ma, appunto, non certo con la guida del portoghese Guterres nei confronti del quale l’amministrazione di Washington non ha mai lesinato critiche. Per di più l’ex primo ministro di Lisbona sta per concludere il suo mandato, mancano tre mesi. La corsa alla successione è stata infatti già avviata da tempo, con diversi candidati pronti a prendere il suo posto a partire dal prossimo primo gennaio. In pole position fino ad ora c’è l’argentino Rafael Grossi, direttore generale dell’Agenzia per l’energia atomica. Seguito dalla cilena Michelle Bachelet e dalla costaricana Rebeca Grynspan. Tutti sudamericani perché nella rotazione informale al vertice del Palazzo Vetro questo sarebbe il turno del Sud America, dopo l’Europa. Ma nessuno può escludere che alla fine si estragga un vero e proprio coniglio dal cilindro, considerando che il segretario generale è indicato dal Consiglio di Sicurezza e poi eletto dall’Assemblea generale.
Contravvenendo dunque a tutte le procedure consolidate, Trump ha iniziato a far circolare il nome del bulgaro Mladenov. Nelle motivazioni addotte nelle interlocuzioni riservate, ha fatto sapere che si fiderebbe di un Segretario Generale come lui se l’Onu dovesse avere un ruolo nella trattativa di pace con l’Iran e nella successiva gestione di Hormuz. In questo modo, però, di fatto il leader statunitense porterebbe il suo “Board of Peace” dentro le Nazioni Unite. Va inoltre considerato che Mladenov è ben conosciuto dal governo israeliano per il suo precedente incarico come “inviato” in Medio Oriente. Soprattutto è stato ministro del premier Boyko Borisov, uno dei personaggi più controversi della Bulgaria e sottoposto a diverse inchieste per corruzione ed estorsione. Non è mai stato tecnicamente putiniano ma ha sempre mantenuto rapporti eccellenti con lo “zar”, in particolare nel settore energetico. Ha ad esempio interceduto per facilitare la costruzione del gasdotto Turkstream per trasportare il gas russo aggirando l’Ucraina. E salì all’onore della cronaca per aver regalato a Putin nel 2010 un cucciolo di pastore bulgaro.
Se dunque Trump avesse all’interno del Consiglio di sicurezza, il sostegno della Russia e magari anche della Cina, per tutti gli altri (ne fanno parte come membri permanenti Francia e Regno Unito, come non permanenti fino alla fine del 2026 Danimarca, Grecia, Pakistan, Panama e Somalia) non sarebbe facile dire no ad un candidato formalmente espressione dell’Ue. Soprattutto se questa fosse la condizione per chiudere il conflitto con Teheran e ristabilire un ordinato fluire del commercio internazionale con la conseguente riduzione dei prezzi della benzina in tutto il mondo. E Trump avrebbe conquistato l’Onu, istituzione che fino ad oggi non ha mai amato.