corriere.it, 10 settembre 2026
Lavitola resta in carcere
Il Tribunale del Riesame di Roma ha confermato la custodia cautelare in carcere per Valter Lavitola e le accuse, compresa l’aggravante del metodo mafioso.
L’imprenditore è accusato dalla procura della Repubblica di Roma di essere il mandante e l’organizzatore dell’attentato dinamitardo all’allora conduttore di Report, Sigfrido Ranucci, avvenuto a ottobre del 2025 davanti la sua abitazione nel comune di Pomezia, in provincia di Roma.
L’avvocato Sergio Cola, difensore di Lavitola, ha annunciato ricorso in Cassazione.
I «buchi» nelle chat e le cancellazioni sospette
Emergono intanto altri dettagli sull’indagine: ci sarebbero infatti dei «buchi temporali» nelle comunicazioni tra Valter Lavitola e Sigfrido Ranucci. Un dato confermato dall’analisi dei telefoni cellulari e dal pc sequestrato all’imprenditore. Si tratterebbe in sostanza di cancellazioni sospette nelle chat, sia nella fase precedente all’attentato che dopo. Elementi che stanno portando gli inquirenti, che hanno affidato le indagini ai Nuclei Investigativi dei carabinieri di Roma e Frascati, ad ulteriori verifiche. I pm della Dda, coordinati dal procuratore Francesco Lo Voi, avvieranno ulteriori filoni di indagine relativi agli «affari finanziari» di Lavitola che aveva anche interessi legati al carbon credit in Africa.
La memoria e la linea di difesa di Lavitola
I legali di Lavitola avevano presentato una memoria di 72 pagine puntando a disarmare le tesi dei pm. Dalla bomba, presentata suppergiù come un grosso petardo («Una carica detonante di ridotta massa attiva»), al pericolo di inquinamento delle prove («Non più ipotizzabile dopo una confessione») fino al movente politico («Insussistente»), la parola chiave era quella di tentare di minimizzare. Le dichiarazioni fluviali di Lavitola accreditavano l’idea di un blitz esplosivo come bravata «indolore» sullo sfondo di un’amicizia radicata: in altre parole, Lavitola puntava a scagionarsi professandosi leale nei confronti della vittima, Sigfrido Ranucci.
Aiutare Sigfrido significava aiutare sé stessi, giurava Lavitola: «L’indagato – dicevano i suoi avvocati – ha espressamente riferito che, proprio in ragione di detta amicizia, i successi professionali, il pubblico gradimento ed eventuali incarichi politici del Ranucci avrebbero consentito anche a sé medesimo di ottenere molteplici vantaggi, primo tra tutti quello di una riabilitazione sociale minata dalle precedenti vicende giudiziarie». Il conduttore Rai avrebbe riavvicinato il faccendiere alla Roma dell’imprenditoria e dei cenacoli influenti, del mondo solvibile e di quello della comunicazione: «Mi volevo ricostruire non dico una verginità, che era impossibile, ma una reputazione in questo senso positiva» svelava l’indagato.
«Non sono un santo» aveva ammesso, spiegando che avrebbe ben accolto il collaterale aumento di popolarità dell’amico in seguito all’agguato e, certo, perfino l’ipotesi di un suo incarico istituzionale. «Consideri – aveva detto rivolto alla gip il 12 agosto scorso – che il mio programma di vita era attivarmi sul carbon credit in Africa e non in Europa, in Brasile». Un eventuale ruolo apicale di Ranucci, insomma, avrebbe innalzato l’amico al rango di suggeritore e protetto: «Siccome io ho due figli grandi e uno piccolo, non avrei voluto lasciare su Internet che ero stato il brigante, se lei va su Internet io sono tipo il bandito Giuliano...».
Tutto inutile, però: il Riesame ha deciso di lasciare Lavitola in cella.