repubblica.it, 9 settembre 2026
Mandela, il Sudafrica si rivolge alla Corte Suprema per fermare l’asta dei cimeli
Sul corpo di Nelson Mandela la guerra è durata quasi trent’anni. Poi, dopo la liberazione, il suo nome è diventato leggenda: la fine dell’apartheid, il Nobel per la pace, la prima volta di un presidente nero per il Sudafrica. Ora, a quasi tredici anni dalla morte, sono i suoi cimeli a tornare al centro del dibattito pubblico. Ventinove oggetti: una carta d’identità, alcune delle sue camicie, scritti, doni ricevuti dai presidenti americani (Bush, Kennedy, Obama) e soprattutto una chiave, quella della cella di Robben Island dove Mandela trascorse diciotto dei suoi ventisette anni di reclusione. Oggetti che per il governo sudafricano “appartengono alla memoria materiale della nazione” e che per la famiglia possono invece essere venduti per finanziare un progetto ancora più grande: un giardino commemorativo costruito accanto alla tomba a Qunu, il piccolo villaggio di cui era originario Madiba.
L’ultima puntata di questa storia si è aperta ieri, quando il governo sudafricano si è rivolto alla Corte costituzionale, la più alta istanza giudiziaria del Paese, per cercare di impedire la vendita all’asta negli Stati Uniti dei cimeli appartenuti a Mandela. La South African Heritage Resources Agency (Sahra) e il ministero della Cultura hanno chiesto ai giudici di dichiarare illegale la pratica perché, secondo la loro tesi, gli oggetti sono beni del patrimonio nazionale e la loro esportazione senza autorizzazione è contraria alla legge.
La battaglia giudiziaria, in realtà, inizia quattro anni fa, alla notizia dell’iter già avviato da Makaziwe Mandela, la figlia maggiore dell’ex presidente, con la statunitense Guernsey’s. La prima asta, annunciata nel 2021, fu quindi sospesa un anno dopo e la controversia arrivò davanti ai tribunali. Poi ci fu un secondo tentativo, nel gennaio 2024, con una stima complessiva dei beni di milioni di dollari. Ma, di nuovo, arrivò l’alt di Città del Capo, che oggi ha chiesto un parere sulla vicenda alla Supreme Court of Appeal.
Quando Mandela era ancora in vita erano già partite le lotte intestine tra gli eredi per brandizzare il suo nome. Figlie e nipoti si erano cimentate in progetti al limite dell’assurdo come il reality Being Mandela, che vede come protagoniste le più giovani della stirpe, una linea d’abbigliamento con il marchio 46664, il numero di Mandela nel registro detenuti, infine un vino rosso di buon qualità, cui Makaziwe – quella dell’asta – tentò invano di dare il nome del padre.
Così, anche negli ultimi ventitré anni della sua vita, quelli trionfali trascorsi fra visite nei Paesi della resistenza africana, il concerto tributo alla Wembley Arena di Londra, la folla di Manhattan che gli consegnò le chiavi della città e i discorsi all’Onu, Mandela non fu mai davvero libero dal peso del proprio nome. Dopo la politica, il terreno dello scontro si spostò lentamente nella sfera privata. Con una guerra feroce persino sul luogo della sepoltura che, infine, fu stabilita a Qunu, il piccolo villaggio da dove era partita la storia dell’uomo più importante del Sudafrica. Lì la famiglia ha immaginato uno spazio che in futuro possa raccontare Mandela al di là del monumento politico: dieci ettari sulle colline dell’Eastern Cape con un percorso attraverso i luoghi e i momenti della vita di Madiba. Non soltanto un giardino, dunque.