Corriere della Sera, 9 settembre 2026
Nostalgici del terrore. Stiamone alla larga
«Oggi più che mai il soldato di Gesù Cristo dev’essere soldato d’Italia (…). Ci illumini questo Spirito Santo le vie di nuove vittorie e ci dia la forza (…) di effettuare i destini di gloria che Dio ha assegnato alla nostra razza». Chi è senza peccato scagli la prima pietra, dice Gesù nel Vangelo di Giovanni. Pure noi abbiamo avuto cappellani militari fanatici come don Reginaldo Giuliani, autore di quella frase ripresa in Per Cristo e per la Patria edito da Salani nel ’37 e morto in un assalto in Eritrea, dice la motivazione della medaglia d’oro, urlando: «Dobbiamo vincere, il Duce vuole così».
Altri tempi. Lontanissimi, grazie al cielo, dalla chiesa di Francesco o Leone. A maggior ragione gela il sangue il video dei funerali nella chiesa di San Luca Apostolo a Belgrado del macellaio di Srebrenica Ratko Mladic celebrati da Porfirije, il patriarca della Chiesa ortodossa serba. Quei funerali dicono infatti che per troppi cetnici fanatici, che irrompevano nei villaggi levando le tre dita della mano destra nel segno della Santissima Trinità ortodossa e si lasciavano dietro spaventose scie di sangue, il tempo si è fermato. Ed è rimasto quello del monaco Gavrilo Maricćche fu promosso archimandrita del monastero di Privina Glava, in Vojvodina, dopo essere stato ripreso in un video in cui benediva le squadracce degli Scorpioni serbi («erano lì a difendere un loro diritto») che stavano per fucilare alla schiena 11 civili bosniaci. Del vescovo di Tuzla Vasilije Kacavenda che in un video del 13 luglio 1995 celebrò il più feroce massacro della guerra in Bosnia felicitandosi con gli assassini: «Esprimete loro la mia gratitudine per aver liberato l’antica città serba dagli infedeli. Srebrenica torna a essere serba». Del patriarca Pavle, la massima autorità religiosa degli ortodossi negli anni della guerra civile che donò un’icona autografata di San Niccolò al famigerato Željko Ražnatovic, «la tigre Arkan». Del vescovo Lukijan di Osijek-Dalj-Baranja che visitò il Centro di addestramento delle «Tigri» e diede loro la benedizione e fino all’ultimo appoggiò Radovan Karadžic, il teorico della liquidazione dei bosniaci che si spinse a urlare «Dio è serbo!». I nostalgici voglio restare fedeli a quegli anni maledetti e a quei fanatici che giuravano di essere una razza superiore perché avevano «il femore più lungo d’Europa»? Stiano alla larga, dalla nostra Europa.