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 2026  settembre 09 Mercoledì calendario

Intervista a Robert Allegrini

Robert Allegrini è una figura familiare agli italiani che vivono in America: da cinque anni è il presidente della National Italian American Foundation, che ha festeggiato l’anno scorso il 50° anniversario. In questi anni la Fondazione nazionale italoamericana ha visto un rinascimento, una crescita di membri e di iniziative ed è oggi riconosciuta come un’organizzazione che funziona come un ponte importante tra l’Italia e gli Stati Uniti. Allegrini vive a Chicago e, quando Robert Francis Prevost fu proclamato primo Papa americano, non si limitò a fare una comunicazione in cui sottolineava che si tratta pure del primo Papa italoamericano, ma ci venne a prendere in aeroporto con la sua Alfa Romeo rossa per venire a conoscere il fratello del Papa (che vive tuttora a Chicago) e appurarne le origini. Allegrini ha doppia cittadinanza americana e italiana (è anche console di San Marino) e si considera un patriota sia americano che italiano.
Da dove viene il suo orgoglio italiano?
«Sono molto orgoglioso dei miei genitori. Mio padre Vincent era un ufficiale della logistica nell’esercito nel Pacifico. Era di origini piemontesi e valdostane per parte di madre – credo di essere uno dei pochissimi valdostani in questo Paese – e suo padre era della provincia di Viterbo. E la storia di mia madre è molto interessante perché nacque a Lucca, ma sua madre era nata in Nevada ed è molto raro trovare italiani del West. I miei bisnonni si spostarono dalla Toscana in Nevada, uno dei posti più duri, e diventarono coltivatori di patate, anche se non era proprio il posto ideale per farlo. Ma la famiglia prosperò al punto che il cugino di mia madre diventò presidente del Senato in Nevada e corse per governatore. I bisnonni si sposarono nel 1896 in una chiesetta cattolica a Virginia City, due toscani nel West in un’epoca in cui c’erano ancora gli indiani alla frontiera. Oggi è una città fantasma, un’attrazione turistica. Ma mia madre, Lida Giometti, nacque a Lucca e visse là fino a 7 anni perché sua madre aveva preso la febbre tifoide e le consigliarono di tornare in Italia per il clima. Mia madre parlava perfettamente l’italiano e lavorò per il consolato italiano. E fu una delle prime persone a volare in Italia dopo la Seconda guerra mondiale: la devastazione di cui fu testimone la portò a cercare di aiutare con investimenti americani. Anche mio padre, che divenne banchiere, poté aiutare molte persone a ottenere prestiti. Chiunque fosse italiano veniva mandato da lui, perché parlava la lingua».
Perché ha scelto di dirigere la Niaf?
«Ero nel board da molti anni, coinvolto dagli anni ‘80 in organizzazioni italoamericane, anche come dirigente. Uno dei miei obiettivi è assicurarmi che gli italoamericani apprezzino appieno la ricchezza della loro storia. In molti casi i loro nonni che arrivarono qui non conoscevano la storia italiana. Venivano da paesini, conoscevano la cucina e la chiesa, che sono molto importanti, ma ci sono tante altre cose importanti nella cultura italiana. Ai giovani italoamericani dico che possono rendere l’America migliore rendendola più italiana, perché gli italiani hanno un senso della famiglia che si sta rapidamente perdendo in questo Paese, e un grande senso di umanità (non a caso l’Italia contribuisce tanto alle missioni di peacekeeping). Vogliamo essere un’organizzazione che guarda al futuro e non solo al passato e rappresentare una visione dell’italoamericano moderno. Mi fa infuriare quando i giornalisti americani parlano degli alleati europei citando solo Gran Bretagna, Francia e Germania, come se l’Italia non esistesse».
Dopo lo scontro tra Trump e Meloni, le cose si sono complicate?
«Ora più che mai è importante che la Niaf agisca come ponte tra Stati Uniti e Italia».
Tra i membri e i sostenitori avete sia repubblicani che democratici. È difficile?
«Abbiamo sostenitori come Maria Bartiromo, Mike Pompeo, Nancy Pelosi... gente che normalmente non avrebbe niente in comune, ma li unisce il fatto che sono italiani. Il chairman, John Calvelli, ha passato gran parte della sua vita nella politica democratica e questo non ci impedisce di lavorare bene insieme. È la prima volta da 50 anni che sia il chairman che il presidente parlano italiano, il che ci dà più credibilità in Italia. Abbiamo lavorato per assicurare che il consolato Usa restasse aperto a Firenze quando c’erano voci di chiusura per i tagli di Doge (il dipartimento di Elon Musk, ndr), abbiamo raccolto 14 firme bipartisan della delegazione italoamericana al Congresso per rimuovere i dazi sulla pasta. Mandiamo studenti universitari italoamericani a visitare per la prima volta l’Italia, perché possano scoprire la terra dei loro antenati e adesso portiamo giovani professionisti al forum Ambrosetti a Cernobbio e a Roma ad incontrare i parlamentari. Saranno i futuri leader della nostra fondazione e se dovessero imparare cos’è l’Italia dalla tv sarebbe una visione molto distorta. Vogliamo assicurarci che ne abbiano una rappresentazione accurata».
Prima di dirigere la Niaf, lei ha lavorato per 35 anni nel settore alberghiero, inclusi 20 anni all’Hilton. Come ha scelto quella strada?
«È stato un caso. Dopo la laurea in Relazioni internazionali, avevo uno stage a Washington, poi una fellowship di un anno all’Università per stranieri di Firenze. C’erano due mesi tra la laurea e lo stage, non avevo nulla da fare. Vidi un annuncio sul giornale, un corso di sei settimane in Gestione alberghiera, mi iscrissi e il proprietario della scuola mi prese in simpatia: “Ragazzo, hai talento, se mai vuoi entrare nel settore fammi sapere”. Ma io non ci pensavo perché stavo andando a Washington: un’esperienza incredibile, il deputato repubblicano John Grotberg mi disse che mi avrebbe trovato un posto fisso. Ma un mese dopo ebbe un ictus. Così al ritorno da Firenze chiamai il proprietario della scuola alberghiera e mi trovò un posto in un albergo di lusso del gruppo Regent. Cercavano qualcuno che gestisse i rapporti con i consolati. Per via dei miei studi e del fatto che mia madre aveva lavorato in consolato, fui in grado di vendermi bene».
Perché ha lasciato?
«Negli ultimi dieci anni ero capo delle pubbliche relazioni per tutti gli hotel di Hilton in Nord e Sud America, oltre 300. Poi ho preso la buonuscita: sono stati anni molto ricchi ma ne avevo abbastanza. Il capo delle comunicazioni di una grossa azienda come Hilton dorme col telefono sul comodino ed è il primo che chiamano quando succede qualcosa. E negli alberghi succede di tutto. Quando Whitney Houston morì nella vasca da bagno del Beverly Hilton, chiamarono me per primo. E ogni volta che pensi di aver gestito una situazione folle, se ne presenta un’altra».
La più folle?
«Il general manager dell’Hilton Chicago sulla South Michigan Avenue mi chiamò: “Voglio parlarti di un gruppo indesiderato nell’hotel... un gruppo di varietà ultraterrena”. E tirò fuori un dossier su un’infestazione di fantasmi. Ci fu un incendio nell’hotel negli anni ‘70: morirono una cameriera polacca bionda e due ospiti sordomuti, perché c’era una convention di sordomuti. E da allora quella sezione dell’hotel, se credi ai resoconti, è infestata. Ovviamente espressi incredulità e lui mi disse di chiamare l’ex manager, che mi raccontò che era su Skype con la famiglia e la moglie gli disse: “Hai una bella faccia tosta a chiamarci mentre hai una donna nella stanza”. Non c’era nessuno, ma lei vedeva una donna bionda accanto al marito. Il manager era preoccupato che se si fosse saputo, sarebbe stato dannoso per gli affari. Ma io lo rassicurai: per ogni cliente perso ne avremmo conquistati dieci, specialmente a Halloween».