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 2026  settembre 09 Mercoledì calendario

Èlite e populismi

Il paradosso cui ci troviamo di fronte è il seguente: con metodo democratico, il voto, anzi perfettamente democratico, visto che riportano alle urne anche masse di cittadini stanchi del processo elettorale, si affermano partiti ostili alla democrazia parlamentare e alla sua tutela delle minoranze. Succede in Germania, succederà in Francia, può succedere in Gran Bretagna. Come si risolve questo rebus? La tentazione peggiore consiste nel disprezzare il metodo democratico, usando l’argomento che il successo elettorale è decretato da elettori poco istruiti o poco abbienti, e perciò meno consapevoli e più esposti a narrazioni demagogiche. Da che mondo è mondo, da Pericle in poi, la democrazia è una testa/un voto; consegna al popolo (demos) il kratos (potere).
I n questo si distingue dall’aristocrazia e dall’oligarchia, il governo dei migliori o dei filosofi. La sinistra stessa è nata dall’irruzione delle masse povere e non istruite sulla scena politica, dai sanculotti parigini ai primi operai di Manchester. D’altra parte: non è che il successo elettorale di De Gasperi o del governo laburista di Attlee in Gran Bretagna, di Kohl e Merkel in Germania, di Mitterrand in Francia, sia avvenuto all’insaputa degli elettori meno scolarizzati. I quali facevano invece pienamente parte delle coalizioni elettorali che hanno scritto la storia di queste grandi democrazie. Né si può ragionevolmente sostenere che gli elettori tedeschi erano colti dieci anni fa e ora sono diventati tutti ignoranti, stupidi e manipolabili. Un grande storico che ha studiato gli anni Trenta del secolo scorso, George L. Mosse, ci ha avvertito che la politica di massa è dominata da fattori irrazionali, e che l’origine dei movimenti antidemocratici sta spesso nella ricerca di «un individualismo che sia più spirituale e creativo rispetto al materialismo positivista». Vogliamo ripetere lo stesso errore negli anni Trenta del nostro secolo?
Eppure è questa la risposta che si sente quantomeno sussurrare dagli sconfitti. L’assioma è: i problemi denunciati dalle destre populiste non sono reali, ma costruiti ad arte. L’immigrazione clandestina non è un pericolo. La transizione ecologica è una cosa buona e necessaria. La rivoluzione tecnologica è un’opportunità. L’intelligenza artificiale è il futuro dell’umanità. Se queste cose gli elettori non le capiscono è perché non hanno studiato abbastanza.
Forse senza avvedersene, così facendo i «democratici» fanno propria esattamente la logica dei «populisti». Che è fondata sulla contrapposizione tra «popolo» ed «élite». È un giochetto che ormai riesce molto bene alle nuove destre, le quali scacciano anche le migliori idee sulla base del semplice fatto che sono condivise dall’establishment.
C’è dunque una profonda autocritica da compiere proprio da parte delle élite, sia politiche, sia intellettuali, sia economiche e finanziarie, e perfino quella composta dai mediatori dell’opinione pubblica, i media: siamo stati abbastanza bravi da spiegare perché abbiamo ragione? E, soprattutto, abbiamo davvero ragione?
Un esempio perfetto di questo fraintendimento è proprio il tema dell’immigrazione. È chiaro che dietro il successo delle destre più aggressive ci sono più motivi e cause. La crisi industriale, quella dell’auto in Germania messa in conto al «green deal»; gli eccessi della cultura woke negli Stati Uniti; la contrapposizione tra territorio e radici da una parte, regolamenti e Bruxelles dall’altra, come in Francia; l’inflazione da guerre e la sirena dell’ appeasement con Putin, in Polonia o in Italia. Ma c’è un elemento che le unisce tutte, ed è il rifiuto della società multietnica o multiculturale. Il rifugiarsi nell’orgoglio della propria etnia e della propria cultura materiale, scialuppa di salvataggio in un mondo che cambia a una velocità formidabile e nel quale le persone si sentono espropriate del potere di decisione sulle proprie vite. Le forze democratiche, che si oppongono ai populismi, sanno riconoscere questo malessere? Non solo a chiacchiere, nelle interviste ai giornali, ma nella pratica politica? Avranno il coraggio di farlo, o lasceranno passare l’idea che loro addirittura favorirebbero apertura e accoglienza in nome di un cosmopolitismo che non c’entra nulla con i problemi posti dall’immigrazione islamica?
Ebbene sì, per vincere le elezioni bisogna essere popolari. Avere il consenso del popolo. E per non inseguirne gli istinti peggiori (razzismo e xenofobia sono purtroppo tra di noi) bisogna accettarne le intuizioni migliori. Non sono una massa di bambini manipolabili. Se credono, o fingono di credere, ai video-fake di Trump e di Vannacci, esprimono anche così un’opinione. Si dovrà contrastarla con argomenti, non con una scrollata di spalle. La democrazia non è un pranzo di gala, è lotta politica all’ultimo sangue. Se i partiti democratici non ne saranno capaci, la perderanno.
Ma così perderà anche la liberal-democrazia, la nostra invenzione del dopoguerra. Che non è solo processo elettorale. La Costituzione italiana, la quale pure assegna al popolo la sovranità, aggiunge che il popolo «la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione». Neanche il potere del popolo è dunque assoluto. Ci sono principi e diritti universali e inviolabili che nessun demagogo, per quanti voti prenda, potrebbe calpestare. E che i democratici hanno il dovere di difendere. Con intelligenza.