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 2026  settembre 08 Martedì calendario

La Finlandia inaugura la sua Cortina di ferro

Questa volta la Cortina di ferro sembra non essere più soltanto una metafora. Vista da Nuijamaa, nel Sud-Est della Finlandia, la frontiera con la Russia ha sempre meno l’aspetto di un confine e sempre più quello di una barriera. Quattro metri e mezzo di rete metallica sormontata dal filo spinato, telecamere, sensori, una strada di pattugliamento e una fascia di terreno larga 25 metri ripulita dagli alberi per consentire alla Guardia di frontiera di vedere chi si avvicina. È finita qui, a pochi chilometri da Lappeenranta, la costruzione della nuova recinzione che Helsinki ha innalzato contro la pressione ibrida di Mosca.
Duecento chilometri di barriera lungo una frontiera che ne misura 1.340, la più lunga che un Paese dell’Unione europea e della Nato condivida con la Russia. Non un muro continuo, dunque, ma decine di segmenti piazzati nei punti considerati più vulnerabili. Circa 140 chilometri sono concentrati nel sud-est, altri 35 nella Carelia settentrionale e i restanti si spingono verso Kainuu e la Lapponia. Un’opera da 356 milioni di euro, costruita in tre anni coinvolgendo un migliaio di proprietari terrieri e centinaia di imprese.
«Oggi la situazione è calma, ma tesa. E davvero non sappiamo cosa accadrà domani», ha detto la ministra dell’Interno Mari Rantanen inaugurando l’ultimo tratto. Il punto, per Helsinki, è proprio questo: prepararsi a qualcosa che in questo momento non sta accadendo, ma che potrebbe ricominciare molto rapidamente. Perché il muro finlandese nasce da ciò che accadde nell’autunno del 2023, pochi mesi dopo l’ingresso del Paese nella Nato: oltre 1.300 cittadini di Paesi terzi arrivarono dalla Russia senza documenti. Erano soprattutto siriani, somali e yemeniti. Fino a quel momento le autorità russe impedivano normalmente a chi non aveva i documenti in regola di raggiungere i valichi finlandesi. Poi, improvvisamente, smisero di farlo. Una versione della crisi polacca del 2021 in salsa finlandese.
Per Helsinki non fu una coincidenza ma un’operazione organizzata: uomini e donne utilizzati come strumento di pressione contro un Paese che aveva appena archiviato decenni di non allineamento per entrare nell’Alleanza Atlantica. Il governo finlandese reagì chiudendo progressivamente i valichi fino alla serrata totale del 30 novembre 2023. Da allora il confine terrestre resta chiuso a tempo indeterminato. Gli attraversamenti illegali sono stati pochissimi e l’emergenza migratoria è scomparsa quasi completamente. Ma non la percezione della minaccia. Secondo Helsinki, la calma non significa che Mosca abbia rinunciato alla possibilità di riaprire quella rotta quando riterrà utile esercitare pressione sulla Finlandia. La Finlandia non teme soltanto qualche centinaio o qualche migliaio di persone alla frontiera, ma la capacità della Russia di creare deliberatamente un’emergenza, costringendo il Paese a scegliere tra il rispetto del diritto d’asilo, la gestione dell’ordine pubblico e la protezione della sicurezza nazionale.
Per questo Helsinki si è dotata anche di una legge speciale contro la cosiddetta «migrazione strumentalizzata», che in circostanze eccezionali consente di limitare temporaneamente la ricezione delle domande di protezione internazionale in alcune zone del confine. Una misura contestata dalle organizzazioni per i diritti umani e da diversi giuristi, ma che il governo considera parte dello stesso sistema di deterrenza.
La Finlandia non è sola. Estonia, Lettonia e Lituania hanno costruito barriere simili e la Polonia ha fortificato il confine con la Bielorussia dopo la crisi migratoria orchestrata da Minsk nel 2021. Lentamente, lungo il fianco orientale dell’Europa, sta così comparendo una linea fisica che fino a pochi anni fa sembrava appartenere al Novecento.