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 2026  settembre 08 Martedì calendario

Lavitola cambia ancora versione: “Volevo proteggere Ranucci”

«Io mi volevo ricostruire, non dico una verginità, che era impossibile, ma una reputazione». Eccolo, il vero obiettivo di Valter Lavitola. O quantomeno l’ultimo che ha raccontato ai magistrati, l’ennesima versione: sfruttare l’amicizia con Sigfrido Ranucci, sperare «che questo rapporto potesse riabilitare anche la mia figura con un riscatto sociale per me. Perché lui attirava giornalisti e imprenditori e considerando i miei trascorsi questo mi faceva comodo».
Per la terza volta Valter Lavitola ha parlato. E per la terza volta ha consegnato ai magistrati un pezzo diverso della sua verità. Dopo i depistaggi, dopo la versione della bomba «a fin di bene», piazzata per proteggere l’amico, ieri davanti ai giudici del Riesame arriva una versione più concreta e che in parte aveva sviscerato il 12 agosto: dietro l’amicizia con Ranucci c’è un tornaconto. «Lo faccio anche per un interesse personale». E c’è una frase chiave che aveva già pronunciato: «Uno che fa il Presidente del Consiglio italiano, il ministro, il deputato, la scimmia... che ne so? Un ruolo apicale…ti porta una situazione di prestigio».
Lavitola sostiene che la bomba serviva per proteggere l’amico facendo in modo che la scorta venisse ampliata. Ma ammette pure che quella con Ranucci poteva essere una relazione da spendere. Tanto più se il giornalista avesse avuto ruoli istituzionali: «Se quello faceva il Presidente, io ne avrei potuto trarre dei vantaggi, delle presentazioni, delle cose». È il ragionamento contenuto negli atti con cui l’ex faccendiere chiede di lasciare il carcere e andare a vivere a Noepoli, antico borgo di 707 abitanti nel cuore della Basilicata. Ciò che emerge è, per la prima volta, l’interesse personale di Lavitola, che «non è un santo», come gli hanno ricordato i magistrati.
Ma è un uomo che vuole fare soldi con i carbon credit, costruire «una casa in Africa», comprare «una farm». Prima, però, occorre ricostruire una reputazione dopo i guai giudiziari con Silvio Berlusconi e Gianfranco Fini. «Io non avrei voluto lasciare su internet che io ero stato il brigante...se lei va su internet io sono tipo il bandito Giuliano». Voleva darsi una ripulita, voleva farlo tramite il rapporto con Ranucci. E tanto più sarebbe cresciuta la personalità dell’amico, tanto più le sue relazioni si sarebbero moltiplicate.
Il suo racconto è pieno di contraddizioni. Da un lato ammette l’utilità che avrebbe potuto rappresentare la candidatura di Ranucci e dall’altro sconfessa il «movente politico», dicendo che «non ha mai inteso candidarsi in politica», anzi l’ex conduttore di Report si sarebbe seccato dell’insistenza della proposta, come hanno detto gli avvocati di Lavitola, Sergio e Arturo Cola, uscendo dall’aula dove hanno cercato di smontare le ragioni per cui il loro assistito è in carcere. «L’obiettivo era proteggerlo da un altro attentato dal quale Lavitola aveva avuto notizia, la questione politica non ha fondamento», hanno ribadito i legali. La difesa nega il pericolo di fuga, la reiterazione del reato e l’inquinamento probatorio. E sostiene che il procedimento debba essere trasferito in Campania perché è lì che l’attentato avrebbe mosso i primi passi.
Sul rischio di inquinamento delle prove i legali richiamano proprio le dichiarazioni di Lavitola: se avesse voluto compromettere l’indagine, avrebbe potuto accusare «Ranucci di aver concertato l’attentato del 16 ottobre 2025». «Avrebbe di certo mitigato la propria posizione in quanto i contestati delitti di minacce e danneggiamento sarebbero venuti meno, così come non sarebbe stata configurabile l’aggravante del “metodo mafioso”». Poi c’è la bomba. Su quella Lavitola continua ad assumersi la responsabilità. Ma indica anche chi, secondo il suo racconto, avrebbe materialmente eseguito le sue indicazioni: Gomes Clesio Tavares, il suo uomo di fiducia. È a lui, racconta, che avrebbe spiegato cosa fare. Ma Tavares avrebbe risposto rivendicando la propria esperienza: «Io gli ho detto vai la e fai così…gli stavo cercando di spiegare cosa doveva fare e lui mi ha detto…”Dottore almeno su questo per piacere faccia fare a me che sono esperto”».
Un mandato in bianco, dunque. Adesso sarà il Riesame a dire se queste motivazioni basteranno a far uscire l’indagato di prigione.