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 2026  settembre 08 Martedì calendario

Nave carica di armi russe alla deriva nel Mediterraneo

L’hanno attaccato subito dopo avere attraversato il Canale di Sicilia. Uno sciame di droni si è lanciato nella notte tra sabato e domenica contro il grande mercantile che batte bandiera russa, colpendolo con almeno dodici bombe che hanno causato una serie di incendi. Ora la “Lady Mariia” viene segnalata alla deriva tra Creta e la Libia, con a bordo un carico misterioso. Ma il contenuto della nave lunga 127 metri non è l’unico enigma di questo assalto, che dimostra come la guerra ucraina ormai sia tracimata anche nel Mediterraneo.
La “Lady Mariia” è una nave molto speciale, inclusa nella lista nera delle sanzioni statunitensi ed europee. È una nave-corriere delle armi, che consegna agli alleati più fidati di Mosca. La sua stiva ha trasferito mezzi corazzati e artiglierie alla dittatura siriana, ai golpisti del Sahel, al maresciallo Haftar in Libia e ultimamente c’è il forte sospetto che rifornisse i Guardiani della Rivoluzione iraniani. Il suo penultimo viaggio l’aveva portata nelle acque del Golfo Persico, dove è arrivata mentre infuriava l’offensiva statunitense contro Teheran. Non a caso, i droni l’hanno ghermita in contemporanea con la trasferta degli inviati di Trump a Kiev: quasi come fosse un messaggio agli americani, per fargli aprire gli occhi sui rapporti occulti del Cremlino con gli ayatollah.
Sorprende che Mosca non abbia provveduto a proteggere il mercantile. Tra sequestri in alto mare condotti dalle marine europee e raid ucraini, nessun battello russo è al sicuro nel Mediterraneo e quasi sempre c’è una scorta della flotta militare. In alcuni casi, sono state piazzate mitragliere e piccoli missili anti-aerei sui cargo formalmente civili. La “Lady Mariia” infatti appartiene alla Mg-Flot LLC con sede nel Daghestan, che si occupa quasi esclusivamente di trasferire strumenti bellici. Per questo nei suoi viaggi precedenti dal Baltico è sempre stata sorvegliata dalla Nato: spagnoli e portoghesi hanno pure diffuso video del monitoraggio ravvicinato. Questa volta no.
C’è un altro aspetto inquietante. È la terza nave russa colpita nella stessa zona nel giro di nove mesi. La prima è stata la “Qendil”, una petroliera della “flotta ombra” bersagliata da una squadriglia di droni il 19 dicembre: è stata poi rimorchiata in Turchia per le riparazioni. Ancora più grave la vicenda della “Artic Metagaz”, dilaniata da barchini-bomba telecomandati lo scorso 4 marzo mentre aveva a bordo 61 mila tonnellate di gas liquido. Il relitto è rimasto alla deriva per settimane tra Malta e Sicilia, con il timore di un’emergenza ambientale discusso pure a Palazzo Chigi: è stato trainato sulle coste della Cirenaica e il suo destino non è stato chiarito.
Come mai gli attacchi avvengono sempre lì? Sono incursioni complesse che richiedono una base – terrestre o navigante – che diriga i droni contro il bersaglio. Ci sono fonti che accreditano l’esistenza di una cellula dell’intelligence ucraina schierata in Libia, probabilmente ospitata da una delle milizie che avversano il legame tra Mosca e il maresciallo Haftar. In quelle acque la catena di attentati è ancora più lunga, con petroliere legate alla Russia sabotate già nell’autunno 2024. Infine, c’è un altro giallo: lo scorso maggio un motoscafo telepilotato con cento chili di esplosivo è stato scoperto nell’isola greca di Lefkada, nello Ionio proprio di fronte alla Calabria. Le autorità di Kiev hanno inizialmente negato qualsiasi responsabilità, poi dopo una protesta formale di Atene si sono scusate parlando di «un incidente». Il portavoce degli Esteri, Heorhii Tykhyi, ha però sottolineato come il vero problema sia «la minaccia alla sicurezza costituita dalla flotta ombra russa». Ma il mistero su come facciano gli 007 ucraini a operare nel cuore del Mediterraneo continua a restare intatto.