corriere.it, 7 settembre 2026
Dazi Canada-Usa, tariffe fino al 50% su 20 miliardi di merci: la sfida di Carney a Trump
Un minuto dopo la mezzanotte di martedì 8 settembre, il confine terrestre più lungo del mondo, e uno dei più attraversati, è diventato un po’ più difficile da superare. Il Canada ha fatto scattare i controdazi sulle merci americane annunciati dopo il fallimento dei negoziati con Washington: aliquote del 15, 25 e 50% su centinaia di prodotti, per un valore complessivo di 27,6 miliardi di dollari canadesi, circa 20 miliardi di dollari statunitensi.
Latte in polvere, formaggi e profumi, ma anche console per videogiochi, mazze da golf, canne da pesca, elettrodomestici, mobili, vestiti, acciaio e alluminio: la rappresaglia attraversa quasi tutta l’economia reale. È la risposta del primo ministro Mark Carney all’ultima offensiva tariffaria dell’amministrazione Trump e al fallimento delle trattative fra due Paesi che condividono molto più di una frontiera: fabbriche, oleodotti, fornitori e catene produttive costruite in oltre trent’anni di libero scambio.
Il governo canadese ha seguito il principio del «dollaro per dollaro e aliquota per aliquota»: a ciascun prodotto canadese colpito dagli Stati Uniti corrisponde, per quanto possibile, una merce americana assoggettata allo stesso prelievo. Non un’unica barriera al 50%, dunque, ma una rappresaglia selettiva, disegnata per raggiungere imprese e territori statunitensi particolarmente dipendenti dagli acquisti del vicino.
Dal latte all’acciaio
Per molti prodotti di acciaio e alluminio l’aliquota canadese già esistente raddoppia dal 25 al 50%. Il prelievo più alto raggiunge anche mobili, abbigliamento, cosmetici, miele, console, articoli da golf, canne da pesca e alcune categorie di latte e derivati. I formaggi e diversi elettrodomestici sono tassati al 25%, mentre per carrelli elevatori, robot e altri macchinari industriali l’aliquota può fermarsi al 15%. Restano in vigore anche i precedenti controdazi canadesi, compresi quelli sulle automobili americane.
Le merci già in viaggio verso il Canada al momento dell’entrata in vigore sono esentate. Ottawa ha inoltre ritoccato l’elenco iniziale, togliendo alcuni prodotti ittici dopo le proteste dell’industria dell’aragosta. Ma il disegno politico resta evidente: distribuire il costo della rappresaglia nelle aree degli Stati Uniti nelle quali esportazioni e occupazione dipendono maggiormente dagli acquisti canadesi, dal Michigan al Wisconsin, dall’Indiana al Vermont.
I 20 miliardi di dollari americani interessati rappresentano soltanto una frazione di un interscambio bilaterale di merci che nel 2025 ha superato i 700 miliardi. Proprio questa proporzione spiega perché la misura abbia un peso politico superiore a quello strettamente economico. Il Canada non sta chiudendo il confine: sta cercando punti di pressione abbastanza dolorosi da riportare Washington al tavolo.
Davide contro Golia
La difficoltà è che questa non è una guerra commerciale fra due potenze equivalenti. L’economia americana è circa tredici volte quella canadese e nel 2025 il 71,7% delle esportazioni di merci del Canada era ancora diretto negli Stati Uniti. La quota è scesa dal 75,9% dell’anno precedente, anche per la contrazione degli scambi e il tentativo di Ottawa di diversificare i mercati, ma resta tale da rendere impossibile una vera separazione economica nel breve periodo.
Carney ne è consapevole. L’ex governatore della Bank of Canada e della Bank of England ha interrotto i negoziati il 21 agosto, giudicando inaccettabili le richieste americane arrivate nella fase finale del confronto. Secondo il primo ministro, le condizioni proposte da Washington avrebbero trasformato settori fondamentali dell’economia canadese in filiali dell’industria statunitense oppure ne avrebbero provocato il progressivo ridimensionamento, a partire dall’automobile.
Nel frattempo lo scontro ha assunto toni che fino a poco tempo fa sarebbero sembrati impensabili fra due alleati storici. Il segretario americano al Tesoro Scott Bessent ha ironizzato sulle capacità militari del vicino, chiedendosi se il Canada intendesse scagliare contro gli Stati Uniti «i suoi due sottomarini del centro commerciale di Edmonton», con un riferimento a una vecchia attrazione del West Edmonton Mall.
Carney ha replicato invitando l’amministrazione americana a smetterla con i «meme», con le frecciate e con le pose da duro: i negoziati, ha detto, potranno ricominciare quando Washington tornerà a discutere seriamente. Dietro le battute c’è la crisi più profonda attraversata da decenni dai rapporti fra i due Paesi.
Il calcolo del premier è insieme economico e politico. Accettare un’intesa percepita come una resa potrebbe produrre danni permanenti. Resistere comporta però costi immediati per imprese e consumatori, perché i dazi all’importazione vengono riscossi in Canada e pagati inizialmente dagli importatori canadesi. Una parte del conto potrà essere assorbita dalle aziende, una parte scaricata sui fornitori americani e un’altra trasferita sui prezzi.
Per accompagnare lo scontro, Ottawa ha quindi varato nuovi sostegni per 7,5 miliardi di dollari canadesi destinati a lavoratori e imprese colpiti dalle tariffe: prestiti, aiuti alla liquidità, programmi di formazione e fondi per la riconversione produttiva. Il nuovo pacchetto si aggiunge ai quasi 25 miliardi di interventi già mobilitati dal governo.
Il caso Bombardier
L’ultimo colpo è stato sparato, per ora soltanto sui social, contro Bombardier. Alla vigilia dell’entrata in vigore dei controdazi, Trump ha minacciato di impedire al costruttore canadese di vendere i propri jet negli Stati Uniti se non trasferirà lì la produzione. «Niente più vendite di Bombardier negli Stati Uniti», ha scritto il presidente su Truth Social.
Per il momento si tratta soltanto di una minaccia. La Casa Bianca non ha chiarito attraverso quale strumento potrebbe impedire la consegna di aerei già certificati dalla Federal Aviation Administration e conformi alle regole dell’accordo commerciale nordamericano. Circa la metà dei 5.100 velivoli della flotta Bombardier in servizio nel mondo opera negli Stati Uniti, che costituiscono quindi un mercato irrinunciabile per il gruppo canadese.
Ma anche Washington avrebbe molto da perdere. Bombardier impiega negli Stati Uniti 3.500 persone, lavora con 2.800 fornitori americani e acquista da questi componenti per oltre 2,5 miliardi di dollari l’anno. Produce in Texas le ali del suo Global 8000, dispone in Kansas di un impianto nel quale prepara aerei per missioni speciali e monta motori costruiti dalle americane Honeywell e GE Aerospace. Colpire Bombardier significherebbe quindi colpire anche una lunga catena di imprese e lavoratori statunitensi.
Lo stesso vale, su una scala ancora maggiore, per l’automobile. Trump ha minacciato di innalzare al 50% dal primo gennaio i dazi su vetture, camion e componenti provenienti dal Canada. Non è ancora un provvedimento in vigore, ma sarebbe un colpo durissimo per gli stabilimenti canadesi e, insieme, per l’industria americana. Durante la produzione di un’automobile, componenti e semilavorati possono attraversare più volte il confine prima che il veicolo sia completato. La moltiplicazione delle barriere finirebbe per aumentare i costi anche per le fabbriche e gli automobilisti statunitensi.
L’accordo nordamericano in bilico
Sullo sfondo c’è il futuro dell’Usmca, l’accordo di libero scambio fra Stati Uniti, Messico e Canada entrato in vigore nel 2020 al posto del Nafta e negoziato durante il primo mandato di Trump. Gli Stati Uniti non hanno accettato di prorogarlo nella sua forma attuale. Ciò non significa che l’intesa sia decaduta: il mancato rinnovo apre una fase di revisioni annuali che potrà continuare fino al 2036, mentre i tre governi cercheranno un’intesa sull’estensione.
Per il Canada, la protezione dell’Usmca rimane essenziale. Grazie alle sue regole, circa l’80% delle merci canadesi dirette negli Stati Uniti ha continuato finora a entrare senza dazi, limitando l’impatto della guerra commerciale. Le nuove tariffe americane, applicate attraverso norme che non prevedono le esenzioni dell’accordo, restringono però progressivamente quello spazio di sicurezza.
Carney sta dunque combattendo una battaglia che il Canada difficilmente potrebbe vincere affidandosi soltanto alla propria forza economica. Il suo obiettivo è rendere abbastanza alto il costo politico e industriale dello scontro da convincere Trump a fermarsi. A sostenerlo, almeno per ora, è un’opinione pubblica nella quale le pressioni e le provocazioni americane hanno rafforzato il sentimento nazionale e la disponibilità a ridurre la dipendenza dal grande vicino.
La domanda è quanto a lungo questa resistenza possa durare quando i dazi cominceranno a incidere sui prezzi, sugli investimenti e sull’occupazione. Ottawa dispone di leve importanti, dall’energia ai fertilizzanti, ma Carney ha finora evitato le opzioni più drastiche, consapevole che limitare l’esportazione di materie prime strategiche provocherebbe una rappresaglia ancora più dura.