Corriere della Sera, 8 settembre 2026
Intervista a Enzo Iacchetti
Enzo Iacchetti, nel 2019 disse: «Il cinema mi ha annoiato». Nel 2025: «Il cinema non mi ha mai voluto». Chi ha lasciato chi?
«La seconda: il cinema non mi ha mai corteggiato. Ho fatto una decina di film, ma senza seguito. In teatro, invece, continuo a essere cercato. Forse con il grande schermo ci siamo aspettati a vicenda, e nessuno dei due ha fatto il primo passo».
Una volta, però, ci provò.
«Andai a Roma con una sceneggiatura di Ugo Chiti tratta da un romanzo di Gian Antonio Stella. Una storia da girare a Trieste, in bianco e nero, con attori locali e il dialetto. Mi dissero che senza nomi romani non avevo possibilità. Il film piaceva, ma è ancora nel cassetto».
Aspetta sempre Avati?
«Mi fece un provino con Geppi Cucciari. Lo passai. Disse: “Nel prossimo film chiamerò tutti i comici che non ho mai chiamato, te compreso”. Poi non è successo».
Che parte vorrebbe?
«Un serial killer. Nei ruoli drammatici sono bravo: la materia prima, nella vita, non mi manca».
Perché proprio il cattivo?
«Per completare il mestiere. Mi affidano sempre ruoli remissivi perché ho la faccia rassicurante. Dicono che non sarei credibile: lo dite voi».
Però quando si indigna non è remissivo.
«La furia non è cattiveria: è la reazione di un animo buono davanti a un’ingiustizia».
La sera di «Cartabianca» perse il controllo?
«Affatto: ero lucido. E lo rifarei. Non si può restare fermi davanti a certi obbrobri. Quel linguaggio era un atto di difesa: della mia dignità e di quella dei bambini palestinesi».
A Fuoricinema parlerà di diritti umani. Le parole degli artisti servono ancora?
«Possono tenere aperto un dibattito. Parleremo dei civili, che non scelgono le guerre ma sono i primi a subirle e a perdere ogni diritto. Non troveremo una soluzione, ma non possiamo tacere».
Arriva mai la malinconia?
«Mi piacciono la pioggia, il freddo, il camino. Ma la malinconia è una linea rossa: se la superi, dall’altra parte c’è la depressione. Appena sento che sto andando oltre, preparo la valigia e vado a lavorare».
«Comico» le sta stretto?
«Non mi sono mai definito così. I comici fanno sganasciare. Io sono un attore brillante: mettermi dove vuoi e un sorriso te lo strappo».
Chi lo capì per primo?
«Costanzo. Facevo romanzi di otto secondi, canzoni di venti, un giornale che si leggeva in trenta. Mi costringeva a scrivere ogni giorno: avevo accumulato tutto per anni e, al momento giusto, esplosi».
Poi divenne il suo secondo padre.
«Il mio morì quando avevo 22 anni senza avermi mai visto lavorare: mi immaginava a una scrivania, magari in banca. Con Maurizio ho trascorso più anni che con lui. Mi invitava: “Però non ti pago, ormai non ne hai più bisogno”. Mi capì subito: è stato il mio primo padre culturale».
I suoi idoli, invece, vennero a cercare lei.
«Gaber mi disse: “Vieni, Enzino”. Gli domandai: “Ma tu sai chi sono?”. Mi guardava da Costanzo. Dalla mi venne incontro parlando delle mie canzoni: pensai, “Assurdo, Dalla conosce me”».
E gli amici della Tv?
«Molti sono conoscenti. Con Michelle Hunziker ci salutiamo con affetto, ma l’amicizia è un’altra cosa».
Con Greggio è diverso?
«Quella è amicizia vera. Viviamo lontani, ma quando ci incontriamo ci abbracciamo e torniamo due burloni liceali».
E suo figlio Martino, che padre ha avuto?
«“Un po’ lontano”, dice. Ora fa il mio stesso lavoro e capirà: è un mestiere che porta lontano da casa. Da piccolo recitava i miei copioni in cameretta. Ci vogliamo un bene frenetico».
Il successo, invece, arrivò a quarant’anni.
«Se fosse arrivato cinque anni prima forse mi sarei trasferito a Roma e avrei fatto cinema. Però ho trentasei anni di carriera piena: più o meno siamo pari. Oggi posso scegliere fra 4-5copioni all’anno. Un po’ me lo sono meritato».
E se domani chiamasse Avati?
«Farei qualsiasi cosa: lo zoppo, il vecchio che muore. Ma ormai sono in pace. Aspetto solo un regista capace di tirare fuori le cose che non so di avere».