Corriere della Sera, 8 settembre 2026
«Menefreghismo» come stile di vita
«Me ne frego». È risaputo che il motto con cui il generale Vannacci ha concluso qualche giorno fa il suo video di benvenuto a Cernobbio fu adottato da d’Annunzio nel 1920 per gli Arditi di Fiume e poi dalle prime squadre d’azione fasciste. Pare che prima di d’Annunzio, lo scrittore satirico Olindo Guerrini lo usasse per la sua carta da lettere. È un’espressione (dal latino «fricare», strofinare) pensata da chi non ha paura di niente e vanta l’audacia virile, a spregio di ogni ostacolo e convenzione. Mussolini, nell’Enciclopedia italiana, scriveva: «L’orgoglioso motto squadrista me ne frego, scritto sulle bende di una ferita, è un atto di filosofia non soltanto stoica, è il sunto di una dottrina non soltanto politica; è l’educazione al combattimento, l’accettazione dei rischi che esso comporta; è un nuovo stile di vita ideale». Ne derivò negli anni il «menefreghismo», che secondo i dizionari è «strafottente noncuranza nei confronti dei propri doveri e dei diritti altrui», ostentata e cinica indifferenza a tutto. Sinonimi rari sono: «Menimpipismo» (da «impiparsene») e «Meneinfischismo» (da «infischiarsene»). Per la verità, ben prima di Vannacci, è stato il cantautore Achille Lauro, nel 2020, a rinverdire il «Me ne frego» con una canzone eponima, ma depotenziandolo della virile protervia squadrista e facendone a suo modo la parodia: inno all’accettazione del rischio non di un combattimento ma di un amore tossico. Non si può escludere che, recuperando quello slogan, il generale abbia voluto fare l’occhiolino anche alla meglio gioventù rap-rocchettara, ma certamente, rispetto al machismo turgido del leader di Futuro nazionale, l’«ideologia» fluida e debole di Lauro è altra cosa: «fai di me quel che vuoi / Fallo davvero / (...) Me ne frego / Dimmi una bugia, me la bevo / Sì, sono ubriaco ed annego (...) / Prenditi gioco di me che ci credo». Resta il fatto che «Me ne frego» è un arnese lessicale tanto obsoleto che già nel 1983 il famoso linguista Giovanni Nencioni, presidente dell’Accademia della Crusca, ricordava che quel motto, che in origine intendeva offendere il pudore vittoriano e l’educazione borghese, «oggi farebbe l’effetto di una cartuccia caricata a salve». Figurarsi quarant’anni dopo! Oggi un orgoglioso «menimpipo» sarebbe più originale sia in politica sia nella canzone.