Corriere della Sera, 8 settembre 2026
Mladic e i funerali da «eroe». Belgrado sfida il monito Ue
Se questo è un funerale privato, che ci fanno la bandiera serba sul feretro, i militari col caschetto mimetico e i fucili, il patriarca che intona i salmi, i ministri di Belgrado, il figlio del presidente Vucic e pure l’ambasciatore russo nella chiesa di San Luca a omaggiare il genocida Ratko Mladic?
E poi decine forse centinaia di migliaia di persone tutt’attorno, impossibile contarle, qui sulla collinetta di Topcider, sobborgo verde e tranquillo a sud della capitale. Tanti uomini in maglietta nera e simboli di morte, ma anche bambini, donne, preti, motociclisti che fanno il segno nazionalista delle tre dita, stendardi, cartelli, lunghe candele arancioni accese sui supporti di alluminio. Un’organizzazione imponente coi maxischermi, gli altoparlanti a volume altissimo, le transenne della polizia locale, le bottigliette d’acqua per affrontare la fila sotto il sole cocente.
Olivera, 59 anni, è venuta in auto dalla Repubblica Srpska (l’entità serba di Bosnia), ha atteso il suo turno, ha sfilato davanti alla bara, ha visto il cappello verde militare con la visiera, lo stesso delle immagini d’epoca, la corona di fiori nei colori della bandiera, le nove onorificenze esibite su un panno di velluto. E ora piange di commozione: «Ho partecipato alla guerra come medico, a Mladic devo la vita». Dragan, 63 anni, ha combattuto e sfiorato la morte, dice, indicando una ferita sulla mascella: «Per noi è come Karageorge (il leader della prima insurrezione serba contro gli ottomani, 1804, ndr)». La solita Storia che ritorna. Il suo amico Radinko, 52 anni, ha fatto da guardia ai prigionieri musulmani, sostiene, «sempre trattati con cura» (e gli ottomila morti di Srebrenica? E i dodicimila di Sarajevo?).
Tanti reduci, altrettanti giovani. Vojkan, 33 anni, era appena nato ai tempi del conflitto nella ex Jugoslavia, che ci fa qui? «Sono cresciuto in una famiglia patriottica e ortodossa – risponde – mi hanno raccontato tante storie, e molte le ho lette su Internet. Quello che si dice fuori dalla Serbia non è vero, per questo ho sentito la necessità di esserci»; nella spianata di San Luca e poi lentamente verso il cimitero, dove Mladic viene sepolto accanto alla figlia Ana.
«Grazie fratelli per essere venuti a emettere la sentenza finale su mio padre», dice il figlio Darko. Non quella «artificiale» del Tribunale dell’Aia all’ergastolo per crimini contro l’umanità, ma il riconoscimento di un «eroe». Nonché «cristiano esemplare», nelle parole del patriarca ortodosso Porfirio, che si confessava regolarmente e faceva la comunione. Lucido fino all’ictus della scorsa primavera, dice al Corriere, lo storico avvocato all’Aia, Dragan Ivetic: «Parlavamo al telefono ogni venerdì». Non è una sfida all’Europa e alle istituzioni internazionali questa cerimonia? «Al contrario sono stati loro a infrangere la legge per non aver concesso la scarcerazione per motivi di salute».
Eppure Bruxelles coglie la provocazione: «Qualsiasi glorificazione di criminali di guerra, negazione del genocidio e revisionismo contraddice i valori europei fondamentali e non ha posto nell’Ue o nei Paesi candidati all’adesione», dice il portavoce alle relazioni esterne Christian Wigand. Messaggio al presidente serbo Aleksandar Vucic che non c’è fisicamente, ma è evidente che abbia dato sua approvazione. Ufficialmente ha dovuto ricevere l’omologo uzbeko, e non si è mostrato, per evitare un contrasto diretto con l’Unione. Ma ha mandato il figlio, Danilo. E ha benedetto la partecipazione dei ministri. La congiuntura politica del resto gli suggerisce di non perdere questa spinta nazionalista: proprio ieri, il governo del suo stesso partito ha proposto lo scioglimento delle Camere, Vucic dovrebbe annunciare a giorni le elezioni anticipate per il 25 ottobre e cogliere l’onda per ritornare in sella (dopo due mandati da capo di Stato) nuovamente come premier.