Corriere della Sera, 8 settembre 2026
Afd, Meloni non vede analogie con Roma
Ci sono almeno due motivi per cui – nonostante le pressioni del Partito democratico, o la vistosa divisione fra i suoi vicepremier – Giorgia Meloni non ha commentato le elezioni in Sassonia, nella regione tedesca dove l’estrema destra di AfD ha compiuto un exploit. Il primo motivo è scontato per il suo ufficio diplomatico, come per chiunque conosca il protocollo delle relazioni internazionali: un capo di governo in carica non commenta i processi elettorali di un altro Stato, figuriamoci poi se si tratta, come in questo caso, di un voto che non ha nemmeno carattere nazionale.
Il secondo motivo, ammesso e non concesso che non basti il primo, riguarda quello che la presidente del Consiglio pensa della batosta elettorale che ha preso il Cancelliere Merz e con lui la coalizione che unisce Cdu e socialisti. A chi ha avuto modo di parlarle, nelle ultime 24 ore, infatti la premier ha confessato di vedere molti meno nessi o collegamenti politici fra Roma e Berlino di quanti ne vengano individuati nel dibattito italiano. Per Meloni le situazioni non sono sovrapponibili, se non altro perché in Italia abbiamo già avuto un’ondata di protesta elettorale populista, che lei individua nella storia dei Cinque Stelle; e in secondo luogo perché il suo collega europeo guida un governo con un «fardello», le istanze socialiste, così come la Commissione di Bruxelles.
Insomma per la premier sono due panorami politici totalmente diversi: sia per gli equilibri politici che sostengono il governo tedesco, sia perché in Italia esiste un governo più omogeno, che si è presentato agli elettori con un programma chiaro e che in sede europea ha compiuto non pochi passi avanti proprio in uno dei dossier che a Berlino e dintorni provoca più scontento sociale. A Palazzo Chigi, infatti, ricordano che lo stesso Merz ha annunciato che anche la Germania adotterà il modello di hub per i migranti irregolari in Stati esteri. E ieri, davanti al primo ministro belga ricevuto a Palazzo Chigi, Meloni non ha mancato di ricordare che la libera circolazione in Europa si difende «presidiando e chiudendo i confini europei all’immigrazione clandestina».
Ma di sicuro lo spazio di movimento politico del Cancelliere è limitato rispetto a quello del presidente del Consiglio italiano, almeno se si guarda alle coalizioni che sostengono i rispettivi esecutivi. E questo per Meloni è dirimente, anche agli occhi degli elettori italiani, o almeno di quanto gli italiani hanno sin qui dimostrato, nelle urne o attraverso i sondaggi. Se poi il Pd le chiede di schierarsi, di chiarire – come dice Francesco Boccia – «se sta con Salvini che esulta o con Tajani che vede nel voto tedesco una pessima notizia», la premier per le ragioni esposte può fare spallucce: del resto non è la prima volta e non sarà l’ultima che i due vicepremier imboccano strade opposte.
Ieri Salvini ha rintuzzato Tajani: «Se per lui è una pessima notizia, per me si chiama democrazia». Mentre Carlo Calenda, leader di Azione, ha ripreso a sua volta Salvini: «Festeggia? Ormai si attacca a tutto quello che trova». Un giudizio sferzante che ritorna nelle parole di Roberto Vannacci, che accusa il leader della Lega, suo compagno di partito sino a poco tempo fa, di essere poco coerente: «Vorrei ricordare che la Lega in Europa si adoperò per far uscire AfD dal suo gruppo parlamentare nemmeno due anni fa, e invece oggi Salvini fa i complimenti per la vittoria».
Di sicuro, voto tedesco o meno, Meloni ieri si è presentata di fronte ai cronisti, insieme al capo del governo belga De Wever, non solo per ribadire il suo mantra sui confini esterni della Ue e sui clandestini, ma anche per mandare un messaggio, visto che «occorre un Consiglio europeo che discuta di energia e competitività, e delle ricadute delle crisi sui nostri tessuti sociali, con più coraggio e concretezza» rispetto al passato. Pungolare le istituzioni di Bruxelles è stato sempre uno dei leit motiv della politica europea della premier, dopo quanto successo a Berlino è ovvio che la pressione su Ursula von der Leyen, non solo di Roma, si farà più alta. Anche se, come dicono a Chigi, Roma e Berlino sono distanti.