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 2026  settembre 06 Domenica calendario

Il ritrovamento di Florence

Arrivava per lettera ed era un messaggio per pochi eletti, tre, una straordinaria fotografa, grande dame cosmopolita dell’avanguardia europea, e due giovani galleristi italiani, cosmopoliti a loro volta, alla ricerca a partire dagli anni 70 dei protagonisti all’epoca spesso sconosciuti della fotografia più sperimentale e innovativa del Novecento. Biograficamente i tre erano Florence Henri, Giovanni Battista Martini e Alberto Ronchetti, e quando Gianni e Alberto ricevevano la lettera di Florence, e dentro c’era solo una cartina rossa e oro dei cioccolatini “Cuneesi”, voleva dire che di quel capolavoro della pasticceria piemontese non era rimasta traccia e che, per favore, occorreva urgentemente una nuova fornitura. Così, con tale dolcezza e intimità, iniziamo a raccontare l’incontro, potremmo dire il romanzo, che ha riportato alla luce una delle interpreti più rivoluzionarie della storia della fotografia, incandescente per intuizioni e per aver fatto terra bruciata alle generazioni future tanto era radicale la sua ricerca.
A portarci di nuovo felicemente dentro questa storia è la splendida mostra «Fokus. Florence Henri», curata da Roberto Lacarbonara e Giovanni Battista Martini, aperta fino al primo gennaio 2027 al Zentrum Paul Klee di Berna.
E tanto per restare “intimi”, Florence era stata allieva di Paul Klee al Bauhaus di Weimer nei primissimi anni 20, come raccontano le ottanta opere esposte, tra disegni, dipinti, collage e fotografie, dall’inizio della conversione alla pittura della Henri alla morte, a ottantanove anni nel 1982.
In una triangolazione tra Stati Uniti dove era nata, Germania dove arriva orfana di madre, e Inghilterra dove si ritrova orfana anche di padre, ma con una rendita che le permette di vivere liberamente la vita, Florence inizia a esprimersi con la musica. È pianista virtuosa, allieva a Berlino di Ferruccio Busoni, compagna di Michael von Zadora e insieme i due sono amici di Edgar Varèse. Oltre al senso del ritmo, della disciplina, dell’astrazione che tutto esprime, la musica offre il concetto di “composizione”. E nella sua generosità la musica compone il carattere di Florence e a suo piacere lo scompone quando durante la prima guerra mondiale la rendita inglese non arriva e la giovane pianista è costretta nei cinema ad accompagnare al piano i film muti. Umiliazione cocente, ma utile per trovare dentro di sé un’altra risorsa, il disegno – Berlino in quegli anni è la città perfetta per offrirsi alla pittura – e per trovare accanto a sé un uomo come Carl Einstein, teorico della ricerca figurativa dell’avanguardia, autore nel 1915 del primo testo sull’arte africana e di un romanzo, Bebuquin, nel quale la realtà vera è solo illusione, è solo oltre, è solo specchio. E lo specchio, il “virtuale”, in anticipo di cinquant’anni su ricerche a noi più familiari, diventa la cifra di Florence, che nel frattempo dopo essersi formata anche con Fernand Léger a Parigi, ha frequentato i corsi al Bauhaus di Dessau, ha conosciuto László Moholy-Nagy, ha letto Pittura Fotografia Film, e ha sentito che la fotografia, e non più la pittura, è la modernità, perché la fotografia è doppia, meccanica e spirituale, è dentro di me, autoritratto, ma è esterna perché quella non sono io, io sono un’altra. La fotografia, quando è altissima, mette in crisi e ci mette in crisi.
Agli albori degli anni 70, in una Genova porto di destini incrociati, la fotografia di Florence Henri aveva messo in crisi anche Gianni ed Alberto, quando in anticipo su altri galleristi e nel deserto italico intuiscono, sfogliando il numero 8/9 di «Stile Futurista» del maggio 1935, che l’autrice di quelle quattro immagini pubblicate nell’articolo a firma di Arturo Ciacelli, due composizioni astratte e i ritratti di Fernand Léger e Vassilij Kandinskij, è diversa da tutti, e va conosciuta, riscoperta, esposta, promossa. In quegli anni senza rete, ricercare voleva dire scrivere lettere e viaggiare. Tutto di persona, zero virtuale. Dopo i “mi spiace, non sono più in contatto con Florence” di Hans Richter e Luigi Veronesi, arriva insperata l’indicazione di Alberto Sartoris, protagonista dell’architettura modernista, che sì aveva frequentato assiduamente Florence negli anni 30 e come tutti l’aveva persa di vista, ma sapeva che Wilhelm Maywald, fotografo di moda e interprete di Dior, al contrario le era rimasto vicino. “Andate da lui”. Gianni e Alberto suonano alla porta dello studio di Maywald al 10 rue de la Grande-Chaumière a Parigi, Willy apre, “siamo due galleristi italiani cerchiamo Florence Henri, può aiutarci?”. E la risposta è “certo, sto andando da lei, oggi è il suo compleanno”. Il 28 giugno 1973 Giovanni Battista Martini e Alberto Ronchetti incontrarono per la prima volta Florence Henri nella sua casa di Bellival, a un passo dalla foresta di Compiègne. Il resto è un un’avventura senza pari, generosa, entusiasmante. Un inizio e un grande ritorno. La fotografia, vera e virtuale, fa di questi scherzi.