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 2026  settembre 06 Domenica calendario

La biblioteca di Eco riallestita

Una biblioteca comincia dai nomi. Davanti agli scaffali, prima ancora di aprire un libro, coltiviamo immagini sui suoi titoli, sugli autori, sulle promesse racchiuse nei dorsi. Ogni titolo promette un mondo; una volta aperto, scopriamo che quel mondo ne contiene altri. Dietro il nome c’è un libro, dietro il libro una costellazione di storie possibili. E tra un libro e l’altro nascono relazioni impreviste.
Poche biblioteche rendono materiale questa esperienza quanto la Biblioteca moderna di lavoro di Umberto Eco: circa 44 mila volumi, molti annotati, oggetti sui cui nomi Eco ha immaginato storie e coltivato immagini poi entrate nei saggi, nei romanzi e nella memoria dei suoi lettori in tutto il mondo. Che questa macchina intellettuale possa oggi, a dieci anni dalla scomparsa del suo artefice, continuare a funzionare fuori dalla casa in cui si era formata dipende anzitutto da un gesto privato diventato pubblico: nel 2020 gli Eredi Eco hanno donato la Biblioteca di lavoro allo Stato, il quale l’ha concessa in comodato d’uso all’Università di Bologna. Donare una biblioteca personale non significa consegnare una somma di libri, ma separare gli oggetti dalla vita che aveva dato loro un ordine e chiedersi se quell’ordine possa sopravvivere senza diventare reliquia.
Il primo problema posto dal trasferimento alla nuova sede – progettato e realizzato con Francesca Tancini – è stato infatti quello di non imbalsamare la biblioteca di Eco, ma di riattivare le relazioni intellettuali dei suoi libri.Nella casa studio di piazza Castello, a Milano, i libri abitavano un grande appartamento costruito intorno a loro. Il suo elemento più spettacolare, oltre al muro delle quarantasei lingue in cui Eco è stato tradotto, era il corridoio delle letterature: sedici meravigliosi metri di scaffalatura e quasi diecimila volumi. Percorrendolo, si attraversavano secoli di scrittura, dai cronachisti medievali al Novecento; alzando o abbassando lo sguardo, quella linea incontrava quelle parallele delle letterature straniere, il feuilleton, il poliziesco, la fantascienza, il fumetto. Era governata da un ordine chiaro quasi solo al suo autore, che sembrava fatto apposta per contraddirsi e combinarsi di continuo a seconda degli usi. I libri come indizi al servizio delle ricerche del Professore. Così, vicino al libro cercato poteva comparire quello che non si sapeva di trovare e che dirigeva l’indagine verso direzioni inaspettate: l’edizione critica accanto al fumetto, il trattato secentesco vicino alla sua sopravvivenza novecentesca, il classico insieme al romanzo d’appendice degli anni 30 con la carta che si sfarina. Trasferire tutto questo significava affrontare un paradosso.
A piazza Puntoni, a Bologna, non era possibile riprodurre piazza Castello; copiarla sarebbe stato solo il modo più letterale, non necessariamente il più fedele, di conservarla. A Milano dominava una linea: il corridoio, le scaffalature continue, l’avanzare del lettore verso lo studio del demiurgo. A Bologna quella linea si spezza: bisogna passare da una sala all’altra, scegliere una direzione, tornare sui propri passi. Ciò che era lineare è diventato labirintico. Per pensare come rendere questa trasformazione, i romanzi di Eco ci hanno offerto forme narrative prima ancora che bibliografiche, perché, prima ancora delle classificazioni, l’ordine di una biblioteca d’autore deve raccontare la storia delle domande che l’hanno formata. C’è naturalmente il labirinto del Nome della rosa, con il Finis Africae, luogo nel quale custodire il sapere significa anche regolarne l’accesso, se non addirittura impedirlo dietro un muro di divieti. Ma c’è il Conservatoire del Pendolo di Foucault, dove l’accumulo promette un ordine e insieme lo complica; c’è la Dafne dell’Isola del giorno prima, una Wunderkammer galleggiante; e c’è la memoria di carta della Misteriosa fiamma della regina Loana, dove libri, giornali e fumetti diventano indizi attraverso cui ricostruire un’identità. Sono variazioni della stessa domanda: che cosa accade quando disponiamo oggetti, documenti e parole nella speranza che producano senso?
La risposta è stata cercata proprio nei libri di Eco. Nei suoi romanzi più godibili così come nei saggi più teorici, il sapere non si offre mai tutto insieme: bisogna filtrare, scegliere, associare, scartare, tornare indietro. Interpretare. Il passaggio da Milano a Bologna può essere letto allora come una traduzione: non riprodurre l’identico, ma negoziare ciò che deve restare e ciò che può cambiare. La disposizione originaria è stata studiata con fotografie, mappe, inventari e rilievi. Perché la fedeltà e l’autenticità non coincidono con la replica. Se a Milano l’esperienza nasceva dalla tensione tra una linea fisica e le infinite deviazioni mentali consentite dai libri, a Bologna la deviazione diventa spazio. L’architettura rende esplicito ciò che nella casa di Eco era già implicito: una tassonomia dispone gli elementi in successione, mentre una biblioteca li fa convivere nello spazio e li espone a nuove vicinanze. Il catalogo stabilisce quali libri appartengono al fondo, non quali relazioni un lettore scoprirà fra loro.
La donazione e il lavoro svolto con la Fondazione Umberto Eco per rendere accessibile il fondo al pubblico vanno allora oltre la pur decisiva conservazione di un patrimonio: consegnano alla comunità gli oggetti di una vita intellettuale e la possibilità di rimetterli in movimento. Il curioso e affascinante viaggio dei libri di Eco merita, del resto, di essere letto come un romanzo, o quasi. E infatti ha trovato anche la forma di un libro: La biblioteca del Professore, scritto con Francesca Tancini e impreziosito dal testo De Bibliotheca di Umberto Eco, in uscita a dicembre per La nave di Teseo, in collaborazione con la Fondazione Umberto Eco. Un altro modo, in fondo, per prolungare quel movimento e offrire ancora una volta al lettore la possibilità di incontrare il libro che non sapeva di cercare.