Tuttolibri, 5 settembre 2026
Bravi a scrivere, meno ad amare
ngebor Bachmann e Max Frisch si conoscevano prima ancora di incontrarsi. Erano due scrittori già celebri, si leggevano. Per questo il carteggio Non siamo stati bravi. Lettere 1958-1972, pubblicato solo di recente in tedesco e ora edito in Italia da Feltrinelli nella traduzione di Cristina Vezzaro, è molto più che la cronaca di un amore fulmineo e doloroso iniziato nel luglio del 1958 e terminato nel 1963. È una mappa che mostra il rapporto di entrambi con la letteratura, come la scrittura li salvò e li annientò, come la loro relazione fu da subito e fino alla fine una questione privata al centro dei pettegolezzi, come dimostrano le lettere che Frisch scrive alla fine ad amici e conoscenti per difendersi dall’accusa peggiore di tutte: essere la causa della malattia di Ingeborg.
Ma cominciamo dall’inizio. Bachmann e Frisch si incontrano, si innamorano istantaneamente, si vedono ma soprattutto si scrivono e sono entrambi bravissimi a farlo. Sono in quel momento i più importanti scrittori di lingua tedesca e a Roma, Francoforte, Monaco, ovunque sono sotto le luci dei riflettori. Per questo la loro storia è anche una storia di comprimari: Paul Celan e Hans Magnus Enzensberger e tutta una schiera di amici che “la sciagurata arte” di Bachmann “rende complici”; e qualche donna, soprattutto Marianne Oellers che Bachmann sottovaluta, presa com’è dal suo desiderio d’indipendenza e «certa che rimanesse nel quadro del personale asservimento» di Frisch a lei, solo che lui finirà per sposarla.
Anche se il carteggio è asimmetrico, gran parte del volume è costituito infatti dalle lettere di Bachmann, riusciamo ugualmente a ricostruire non solo il movimento di un amore, ma anche quanto le loro opere devono alla loro relazione. Le lettere di Bachmann sono spontanee, piene di contraddizioni, lancia dardi e ritratta, teme il pettegolezzo che lei stessa suscita con stile, la sua scrittura è espressiva, inquieta, la stessa dei romanzi. Il talento la sovrasta così come la dedizione alla letteratura che non verrà mai meno. Anche nelle accuse e nelle recriminazioni feroci, Bachmann non smetterà mai di consigliare Frisch sulla sua opera, di incoraggiarlo, fino al compito infelice di leggere le bozze del Mio nome è Gantenbein, un romanzo dove la presenza di lei è così forte che in una lettera gli chiede di attenuare almeno un po’ i riferimenti alla sua persona, simili a «un cartello con un’indicazione verso di me» – Frisch accetterà, anche se sono entrambi consapevoli che non si può chiedere a uno scrittore di togliere da un romanzo l’anima che l’ha generato. Anche Bachmann non sfuggirà a fare della loro relazione letteratura, seppure trasfigurandola, d’altra parte «Sono anch’io uno scrittore, per non parlare del resto».
Le lettere di Frisch hanno un tono diverso, riflessivo, apparentemente artefatto come se stesse scrivendo all’amata ma anche ai posteri, e d’altra parte molte lettere saranno passaggi e prove che finiranno nei romanzi. Il suo, nella relazione con Bachmann, è un ruolo difficile che forse, scrive, «non ho interpretato con maestria», teso nel continuo sforzo di «non passare per una gran fesso». Dal momento che lei, in un gioco naturale, «ovunque ci fosse venerazione da parte di un uomo» si fa passare «per la donna indipendente che certo, si sa, abita con il vecchio Frisch».
Il carteggio Bachmann-Frisch ci mostra allora qualcosa di unico e struggente: due dei più importanti scrittori del Novecento che mettono in campo tutto il loro talento per sedursi, per vivere senza difese una relazione che ogni giorno alza la posta e che (ne erano consapevoli?) li rovinerà, due scrittori che a un passo dal burrone provano a proteggersi trasformando in letteratura ciò che è sul punto di schiacciarli. E ci ricordano che se anche la letteratura non servisse a niente, serve a vivere fino in fondo.
«Cosa siano stati questi anni per te – io non lo so – un errore, una fatalità di cui hai sofferto a volte... ma in ogni caso fruttuosa per te, e da ultimo potrai essere ancora un po’ grato al tuo traviamento» scrive Bachmann. «Non siamo stati bravi. Perdonami se includo anche te; nemmeno tu, Ingeborg, sei stata brava» scrive Frisch.