Tuttolibri, 5 settembre 2026
Intervista a Nelio Biderman
Ha poco più di vent’anni. Scrive a mano sui quaderni. Non è un fanatico dei social. Prima di parlare indugia qualche secondo. Non gli piace quando lo definiscono portavoce della sua generazione. Nelio Biederman, classe 2003, è stato etichettato in vari modi, il più strabiliante dei quali è «il Thomas Mann della Gen Z». Cresciuto nella classe media di Zurigo, una delle città più care del mondo, ha alle spalle una storia famigliare che ha radici nell’aristocrazia mitteleuropea – a un certo punto i suoi avi avevano un «von» tra nome e cognome – ed è una storia di splendori e miserie: castelli in mezzo ai boschi, servitori fedeli, zii fantasma, ricchezze espropriate, fughe notturne. A raccontare queste vicende al nipotino nato in Svizzera sono stati l’adorata nonna Nikolett, che da qualche anno non c’è più, e un prozio che tuttora vive in Ungheria, il loro Paese d’origine. Ed è da questa materia incandescente, tra Storia e immaginazione (con una punta di realismo magico à la García Márquez), che è nato I Lázár, diventato un caso editoriale in Germania e in mezzo mondo: tra le sue estimatrici ci sono Patti Smith e Dua Lipa, mentre il creatore della serie tv Babylon Berlin vorrebbe adattarlo per il cinema.
A scrivere questo romanzo, che in appena 300 pagine ripercorre la storia di tre generazioni di von Lázár lungo la prima metà del Novecento, dalla fine dell’Impero austro-ungarico alle guerre mondiali fino alla stagione della repressione comunista, Biedermann ha cominciato da adolescente e finito in pandemia, per un totale di cinque riscritture. A far scomodare il capolavoro di Mann, datato 1901, è stata anche la lingua volutamente antiquata («non si capacitava di come una preziosa porcellana Herendy di tale magnificenza, con farfalle, libellule, uccelli e ramoscelli in filigrana, potesse accogliere un pezzo di carne tanto rozzo»). All’inizio c’è Lajos, figlio del barone Sándor e di sua moglie Mária: un bambino diafano al centro di una genealogia che si apre subito sulla rovina. Intorno a lui, e poi ai suoi discendenti Pista ed Eva, la storia privata diventa Storia del continente. È probabilmente qui che si capisce perché I Lázár abbia suscitato tanta attenzione: non solo per l’ambizione del disegno, ma per il modo in cui riesce a trasformare una saga dinastica in un romanzo sul crollo delle forme di vita che sembravano intoccabili».
Qualcuno la chiama barone?
«No, per fortuna e non mi considero tale. Indosso ogni giorno l’anello con lo stemma di famiglia, ma è un gesto affettivo, non ha nulla a che fare con un’identità aristocratica».
In un’intervista ha detto: “Non ho vissuto in quei tempi, ma so come funzionano le famiglie”. L’ho trovato onesto.
«A uno scrittore capita di raccontare cose che non ha vissuto in prima persona, ma il nucleo di una storia deve restare personale. Io conosco le famiglie, o almeno la mia. All’inizio mi ha sorpreso che il romanzo fosse compreso anche in Brasile o in India, ma la verità è che ovunque le famiglie condividono strutture e conflitti simili. È questo che volevo mostrare».
In appena 300 pagine è riuscito a raccontare nazismo e comunismo. Come ha fatto?
«Dicendomi di non avere timore di lasciare degli spazi vuoti che i lettori avrebbero potuto riempire da soli, soprattutto per quanto riguardava il fascismo. Sul comunismo invece mi sono dilungato di più, proprio perché per la mia famiglia è stato più importante (è allora che perde titoli e proprietà, ndr) ed era al centro dei racconti di mia nonna. Ma non sono uno scrittore storico: la storia mi interessa come sfondo, per mostrare come gli eventi incidano sulle vite private. Mi sono accorto che lasciar fuori certe cose dalla pagina rendeva tutto più potente, come è successo quando ho “raccontato” ciò che Lajos fa in guerra in poche battute».
Ha detto di essere contento di non essere cresciuto in un castello e con tutta quella ricchezza. È vero?
«Sì, ma nella mia famiglia convivono sentimenti molto diversi: orgoglio, vergogna, perdita. Nel prozio riconosco il senso di ciò che gli è stato sottratto, il non aver potuto vivere la vita che pensava fosse stabilita per lui e l’orgoglio aristocratico; in mio padre, cresciuto in Svizzera, tutto è più attenuato e affiora un pudore, forse timore, nel dichiarare le proprie origini e una forte spinta ad adattarsi il più possibile al nuovo Paese».
Come è stato accolto il libro in Ungheria?
«Era la reazione che temevo di più. Anche David Szalay, autore del romanzo Nella carne, con cui ha vinto il Booker Prize 2025, mi ha confessato la stessa paura: nessuno di noi due è davvero ungherese, non parliamo la lingua e non siamo cresciuti lì. Temevo che si chiedessero perché una scrittore svizzero volesse parlare di loro. Invece le reazioni sono state molto positive, persino entusiaste. Ho ricevuto molti messaggi da persone felici di vedere finalmente l’Ungheria su un palcoscenico mondiale e che un libro “su di loro” stesse andando così bene».
Che cosa pensa del post-Orbán, sconfitto alle elezioni lo scorso maggio dopo 16 anni al potere?
«È troppo presto per dire che cosa cambierà davvero, ma è stato indubbiamente un passo verso qualcosa di meglio. O almeno lo spero. Ho un sentimento molto particolare verso l’Ungheria, che a parte Budapest, dove ho ancora parte della mia famiglia e dove avevamo anche un appartamento in cui andavamo spesso, non conosco bene».
Quando la chiamano “il Thomas Mann della Gen Z” o paragonano il romanzo ai “Buddenbrook” che cosa pensa?
«Che ci sono autori ben peggiori ai quali essere paragonati! (Ride) Però non l’ho mai presa molto sul serio, perché se scrivi una saga familiare in tedesco è scontato il confronto con i Buddenbrook, dai quali ho effettivamente “preso” qualcosa, per esempio come collegare tra loro le diverse generazioni senza perdermi dei pezzi. Per il resto, il mio è un romanzo diverso».
Per esempio c’è molto sesso.
«Fin dall’inizio mi sono chiesto cosa potessi aggiungere di contemporaneo, a un racconto su quell’epoca. Ho pensato al sesso: è parte essenziale della vita e oggi invade media, social e pubblicità. Anche in Mann era presente, ma sotto la superficie: io l’ho portato allo scoperto. Nel romanzo ha una doppia funzione, da una parte è una minaccia, dall’altra simboleggia la libertà».
Quali autori o libri sente più vicini?
«Il più affine ai Lázár è forse La marcia di Radetzky di Joseph Roth, che mi aveva mostrato come doveva essere la vita a quei tempi. Detto questo i miei scrittori preferiti sono altri».
Quali?
«Il norvegese Knausgård e Christian Kracht, lo scrittore svizzero-tedesco di Eurotrash. Però il migliore resta Camus: il suo stile è in un certo senso quello che vorrei raggiungere, anche se so che siamo diversissimi».
Qualche scrittrice?
«Alcuni dei migliori libri che ho letto l’anno scorso sono di donne. Una che mi ha completamente assorbito è stata Toni Morrison».
Con i guadagni del libro ha realizzato dei desideri?
«Sa che all’inizio non sapevo cosa fare di quei soldi? Non volevo niente in particolare, non mi sono comprato un’auto o un orologio. Però ho deciso di lasciare la casa dei miei e andare a vivere da solo con mia sorella e un amico. Non è un appartamento di lusso».
Le piace viaggiare?
«Sì, ma anche qui niente di lussuoso, anche perché viaggio con i miei amici di sempre, e molti di loro stanno ancora studiando e fanno dei lavori per mantenersi, quindi mi adatto a loro. E poi mi piace viaggiare leggero. Ovviamente però è bello sapere che i soldi sono lì. In un certo senso è anche meglio non usarli, ma sapere che ci sono, perché davvero non so come sarà il futuro».
La riconoscono per strada?
«Sì. In Svizzera e a Zurigo specialmente. Mi dicono che il libro gli è piaciuto e mi chiedono dei selfie».
I suoi idoli chi sono?
«Fin da bambino sono un fan di Kendrick Lamar. Poi ci sono persone che mi ispirano a fare meglio, come Patti Smith».
Sta già scrivendo il prossimo libro?
«Ci sto lavorando e sarà diverso da questo. È ambientato nel presente, cosa che prima avrei trovato troppo difficile».
È vero che scrive a mano?
«Sì, è più meditativo. Di solito scrivo alla sera e il giorno dopo ricopio sul computer. In questo modo faccio già un primo editing. È anche bello vedere il libro come cresce fisicamente»
Quali sono le sue più grandi paure?
«Di sicuro il cambiamento climatico. E poi i populisti che guardano solo al proprio Paese. Credo che il mio romanzo sia rilevante anche per questo: ci permette di cogliere somiglianze tra il presente e il periodo precedente alla Prima e alla Seconda guerra mondiale. I paralleli ci sono, eccome».
Come si vede tra dieci anni?
«Non mi piace fare previsioni, sono superstizioso. Spero solo che i miei libri verranno ancora letti e di poter continuare a vivere come scrittore».