La Lettura, 6 settembre 2026
Majid Bita parla della sua produzione artistica e dell’Iran
Majid Bita crede nell’arte. «Non può cambiare il mondo – dice – ma può impedire al potere di avere l’ultima parola sulla memoria». E non è poco. Soprattutto se il potere in questione è quello del regime iraniano, che l’arte ha sempre cercato di piegarla al suo volere. Bita racconta il passato e il presente del suo Paese natale, l’Iran, consegnandolo ai suoi lettori sotto forma di storie a fumetti tracciate con un segno denso e nero come il petrolio. Lo fa da Bologna, dove vive da 12 anni: qui ha esordito con l’autobiografico Nato in Iran e qui ha scritto e disegnato L’autobus incantato, che racconta il complotto ordito negli anni Novanta dall’Iran degli ayatollah per assassinare un gruppo di intellettuali considerati scomodi.
Il tema torna, declinato in forma fantastica, anche in Un sequestro lungo 10.000 anni, co-firmato con il musicista Blak Saagan/Samuele Gottardello e concepito in dialogo con l’omonimo disco di quest’ultimo. «Non lo considero un’illustrazione dell’album, né considero l’album una colonna sonora del libro: sono due progetti autonomi che hanno cercato, a volte con fatica, un punto d’incontro», spiega Bita. Il risultato è un fumetto in cui il confine tra i rispettivi contributi «non è semplice da tracciare», ambientato in un Paese in cui la popolazione viene sorvegliata da creature misteriose e da un Dipartimento della Cultura e del Controllo: un’allegoria dell’Iran.
In questo libro ritroviamo le riunioni di intellettuali già al centro de «L’autobus incantato». Perché tornare sullo stesso episodio in chiave fantastica?
«L’autobus incantato nasceva da un fatto reale e da un lungo lavoro di ricerca: lì avevo bisogno di stare vicino alla storia, alle persone, ai documenti. Un sequestro lungo 10.000 anni fa quasi il contrario: prende alcune di quelle immagini e le porta fuori dal tempo e dalla geografia, chiedendosi che cosa rimane di un fatto quando entra nella memoria e nell’immaginazione. Qui le riunioni degli intellettuali sono un ricordo che riappare in un mondo deformato. Mi interessava capire cosa succede quando una società prova a cancellare non solo delle persone, ma anche la possibilità di ricordare che sono esistite. Molte immagini sono arrivate prima delle parole: le creature, ad esempio, erano parte del mio immaginario da anni. Forse il valore di tornare sulla stessa storia con un altro linguaggio è questo: non aggiungere una spiegazione, ma togliere alcune certezze».
In quanto intellettuale, sentiva una responsabilità particolare nel raccontare questa storia?
«Non mi definirei un intellettuale ma un artista: cerco di capire ciò che mi circonda. Ma è difficile non sentirsi coinvolti. Non pensavo di avere il compito di rappresentare quelle persone e volevo evitare di parlare al loro posto: ho cercato di raccogliere testimonianze e contraddizioni, senza trasformarle in martiri perfetti. Alcune erano lontane da me, anche politicamente: proprio per questo volevo raccontarle. La responsabilità che sentivo era un’altra: non lasciare che quelle vite venissero cancellate una seconda volta».
Crescendo, ha fatto i conti con la censura. Come influenza la sua arte?
«Ha avuto un ruolo enorme nella mia formazione. Libri, vhs, riviste: tutto arrivava in modo frammentario, e proprio quei frammenti diventavano importanti. Questo ha influenzato il mio modo di raccontare. Ho imparato a leggere tra le righe, a dare importanza a ciò che non viene detto, ai gesti, ai silenzi. Forse per questo nei miei libri non sento sempre il bisogno di spiegare tutto. Crescere dentro la censura significa anche capire che l’immaginazione può diventare una zona di libertà. Il fantastico per me non è mai stato solo evasione, ma un modo per sopravvivere a una realtà troppo stretta che cercava di stabilire che cosa potevo vedere, pensare, raccontare».
Nei suoi lavori rappresenta molto del suo Paese, in particolare Teheran, anche se non vive più lì da tempo.
«Dal 2019 non sono più tornato in Iran con la frequenza di prima, quando riuscivo a tornarci almeno una volta all’anno. Una città che non puoi più attraversare ogni giorno finisce per esistere contemporaneamente come luogo reale e mentale. Ma quando disegno luoghi che ho conosciuto, lavoro anche su ciò che non ricordo più e su ciò che nel frattempo è probabilmente cambiato. Ma non vorrei che l’Iran dei miei disegni venisse identificato solo con Teheran. Ho vissuto e attraversato molte altre città: dal deserto alle montagne. Nei miei lavori entrano anche bazar, montagne, boschi, luoghi di epoca zoroastriana…».
Cosa significa per lei raccontare l’Iran per immagini?
«Soprattutto cercare di non lasciare che venga raccontato solo attraverso immagini di guerra, repressione o propaganda: sono reali, non possono essere ignorate, ma un Paese non coincide con la propria tragedia. Significa anche accettare una certa impotenza. Vivo fisicamente lontano dal mio Paese e non penso che un libro possa fermare una guerra o risolvere il destino di una società. Posso però continuare a lavorare su ciò che conosco, senza trasformare il dolore in spettacolo e senza pretendere di parlare a nome di tutti gli iraniani. Posso continuare a costruire immagini mentre la realtà cambia, spesso in direzioni che non avrei voluto, e cercare di non lasciare che il presente cancelli tutto ciò che c’era prima».
Come europei, cosa non abbiamo capito, o sottovalutiamo, dell’Iran?
«Che non può essere ridotto né al regime né alla sua opposizione: è un Paese complesso. Nemmeno l’opposizione ha una sola voce. Credo poi che sia stata sottovalutata la capacità della società iraniana di trasformarsi. Il movimento Donna, Vita, Libertà non è comparso dal nulla! È il risultato di una storia lunga, fatta anche di sconfitte. L’Iran non ha bisogno di essere salvato dall’esterno. Spero si riconosca la capacità degli iraniani di costruire il proprio futuro».
In «Un sequestro lungo 10.000 anni» evoca «un’epoca antica» in cui «si viveva senza Re, né guerre. In sintonia con i cicli della natura». È questo che sogna per il suo Paese?
«Sì, anche se quella frase appartiene alla scrittura di Samuele ne condivido profondamente il senso. Non sogno un ritorno a un passato idealizzato. Mi interessa ciò che quella frase mette in discussione: l’idea che una società debba necessariamente essere organizzata intorno a un potere che decide per tutti. Per l’Iran sogno qualcosa di meno spettacolare e più difficile: una società che non abbia bisogno di essere salvata continuamente da qualcuno. Non so se sia realistico. So però che, se arriverà un cambiamento, vorrei che non consistesse semplicemente nel sostituire un potere con un altro».