La Lettura, 6 settembre 2026
Il tesoro italiano che spaventa il commercio
Nel 2019 è apparsa sulla stampa la notizia che due ricercatori belgi, David Vergauwen, storico dell’arte, e Ive de Smet, biologo, avevano avviato un progetto scientifico per tracciare l’evoluzione genetica dei frutti e delle verdure. La fonte utilizzata è il patrimonio artistico accumulatosi nei secoli, in cui tali vegetali sono dipinti. Affiancare lo studio del genoma di piante antiche con tali informazioni iconografiche aiuterebbe così a ricostruire la geografia e la cronologia della coltivazione e dell’uso alimentare delle diverse varietà di frutti e ortaggi.
I materiali non mancano. In particolare da quando la natura morta si è affermata come genere autonomo nelle Fiandre e in Italia fra il Cinque e il Seicento, la rappresentazione della frutta ha costituito una presenza costante fino a oggi, in una galleria inesauribile. Si tratta di un terreno, questo scelto dai due studiosi, non privo di insidie. Non mancano fonti iconografiche e narrative meno «nobili», che, in quello stesso periodo, nascono con intenti prevalentemente descrittivi e classificatori e consentono di avvicinarci ai frutti coltivati nelle campagne e disponibili nei mercati.
Resta il fatto che, soprattutto dal secondo dopoguerra, la globalizzazione dei mercati, la spinta alla specializzazione colturale, la meccanizzazione hanno comportato la perdita di molte varietà. Anche in Italia, che è stata per secoli all’avanguardia nella produzione di frutta.
Gli alberi da frutto hanno contrassegnato in modo decisivo i paesaggi rurali italiani, anzi in varie regioni ne sono stati per molti versi elementi identitari. Basta riprendere le descrizioni delle regioni italiane nelle grandi opere geografiche rinascimentali di Flavio Biondo e di Leandro Alberti. Già allora venivano individuate con precisione le aree frutticole del Paese e i prodotti che le caratterizzavano: i limoneti della riviera ligure, del Garda e della costa amalfitana, i mandorleti delle Puglie, gli oliveti delle colline toscane e umbre … Una straordinaria ricchezza di prodotti che cominciano a essere descritti con sempre maggiore precisione dalla metà Cinquecento nelle raccolte pomologiche di vari scienziati, Pietro Andrea Mattioli, Ulisse Aldrovandi, Ovidio Montalbani, Pietro Antonio Micheli, fino a giungere, per fermarci ai primi dell’Ottocento, a quella di Giorgio Gallesio. Sono opere corredate da disegni sempre più accurati che raggiungono il punto più alto ai primi del Settecento nei dipinti del pittore della corte dei Medici, il fiorentino Bartolomeo Bimbi. In una serie di quadri di grandi dimensioni, oggi visibili all’antica villa dei Medici di Poggio a Caiano, Bimbi raffigurò 51 specie di fichi, 39 di susine, 34 di ciliegie, 36 di pesche, 38 di uva, 61 di cedri, bergamotti e limoni, ben 107 di pere: tutte identificabili con le loro denominazioni volgari nei cartigli in calce alle singole tavole, formando un patrimonio straordinario dei prodotti dell’agricoltura toscana.
Che cosa resta di questa straordinaria ricchezza e varietà di frutti? Intanto, va ricordato che la raccomandazione che dagli agronomi e dagli economisti (ora anche dalla grande distribuzione organizzata, con un potere di «persuasione» assai più pronunciato) viene ininterrottamente ribadita agli agricoltori, almeno da fine Ottocento, è di abbandonare le coltivazioni meno invitanti esteticamente e meno produttive e privilegiare quelle più ricercate dal mercato, anche adottandone di nuove (in questi tempi anche esotiche, come il kiwi).
La grande distribuzione richiede frutti omogenei secondo criteri immediatamente percepibili dalla clientela (colore, grandezza, forma, consistenza …) e tali da garantire una qualità accertata. Nella stessa direzione ci pare vada inevitabilmente anche la ricerca scientifica impegnata a creare cultivar (le varietà agrarie di una specie botanica), tutelate da brevetti, sempre più rispondenti alla domanda, alle sfide climatiche ormai cruciali e ineludibili, alle malattie e alle sempre più avvertite esigenze di sostenibilità. Se tali esigenze hanno portato alla scomparsa di molte cultivar locali, va anche detto che non manca una nuova attenzione verso queste ultime. Fin dal 1972 sono stati portati avanti numerosi progetti per la salvaguardia della diversità biologica, a livello internazionale dalle Nazioni Unite, dalla Fao e in Italia da enti pubblici e privati e istituzioni di ricerca, che hanno portato nel 2016 alla pubblicazione del prezioso Atlante dei fruttiferi autoctoni italiani, curato da Carlo Fideghelli.
Non solo. Per rispondere alla concorrenza di prodotti esteri più a buon mercato e al cambiamento dei gusti dei consumatori, che nell’ultimo ventennio hanno provocato un radicale cambiamento nella gerarchia dei prodotti e dei paesi produttori ed esportatori, il frutto, oltre alle qualità gustative e sensoriali, deve essere sempre più al centro di una narrazione che lo leghi al luogo e alla sua storia. Va in questa direzione il riconoscimento Igp e Dop ottenuto da vari frutti: i limoni della Costa di Amalfi, le pere dell’Emilia Romagna, le arance rosse di Sicilia, le ciliegie di Vignola, le clementine di Calabria, le mele della val di Non, le pesche di Verona … E anche la diffusione di musei della frutta disseminati nel Paese: dal Museo della frutta «Francesco Garnier Valletti» di Torino con la collezione ottocentesca di 1.200 «frutti artificiali plastici» per arrivare, dall’altra parte della Penisola, al Museo nazionale del bergamotto di Reggio Calabria. Un viaggio nella varietà e nelle qualità di cui fortunatamente il nostro paese è ancora ricco.