il Fatto Quotidiano, 7 settembre 2026
Marocco, storie di ragazzi “bruciati” per raggiungere Ceuta
Una banconota da 100 dirham, circa 9,30 euro, per una giornata di lavoro dalle 8 alle 22 passata ad attaccare manifesti. Ismail (tutti i nomi sono di fantasia), 20 anni, vorrebbe un vero lavoro, ma trova solo lavoretti pagati in nero: “Anche ieri ho lavorato tutto il giorno, ma non ho guadagnato nulla. Però, se voglio mangiare, non posso lamentarmi”. Appena qualche settimana fa era a Ceuta con alcuni amici. Vi è rimasto tre giorni: “È da tanto tempo che voglio andare via – dice –, ma le mie speranze sono rimaste laggiù”. Circa 72.000 migranti sono entrati clandestinamente nell’exclave spagnola tra il 30 e il 31 luglio scorsi. Secondo il ministero dell’Interno spagnolo, 5.000 sono ancora sul posto.
Chi è rientrato è tornato alle sue attività quotidiane. Alcuni sono ancora sotto choc, altri stanno già progettando il prossimo tentativo di traversata. Con una laurea in giurisprudenza in tasca, Ismail non può portare avanti gli studi perché i costi per prestare giuramento come avvocato sono troppo elevati. Nell’amministrazione pubblica, invece, non ci sono posti di lavoro. “So che in Europa non è tutto perfetto – continua –, ma almeno avrei un contratto, uno stipendio. Potrei aiutare mia madre e i miei fratelli”. Nel 2021, il lavoro nero rappresentava il 76% dell’occupazione complessiva In Marocco, secondo l’Alto commissariato per la pianificazione. Il tasso di disoccupazione dei giovani tra i 15 e i 24 anni è passato dal 32 al 37% tra il 2021 e il 2025. Il 19% dei giovani laureati è senza lavoro.
Mustapha Azaitraoui, docente all’università Sultan Moulay Slimane, racconta: “Un ragazzo che ho incontrato a Ceuta mi ha detto: Ho l’impressione di pedalare nel vuoto. Un’espressione che riassume molto bene lo stato d’animo della gioventù marocchina”. Sulla pagina Instagram del proprietario del server Discord che aveva dato slancio al movimento GenZ 212, i morti di Ceuta sono “martiri”. Questo disagio era già emerso nelle manifestazioni esplose nel regno un anno fa. Ismail non aveva partecipato alle proteste, ma alcuni suoi amici, come migliaia di altre persone, erano stati arrestati: “Ovviamente sostengo le loro rivendicazioni. Tutti vogliamo un lavoro, l’istruzione e la sanità”. Ismail ha tentato due volte di raggiungere l’Europa. L’esperienza di Ceuta gli è costata 1.500 dirham (139 euro). Quando potrà, proverà a partire di nuovo. Invece, Bilal, 21 anni, non tenterà più di raggiungere Ceuta perché per lui è stata un’esperienza troppo dura. La realtà è molto diversa dalle foto che circolano sui social. Questa estate andava di moda pubblicare su TikTok le immagini del “prima e dopo” la traversata accompagnate dal ritornello del rapper 7liwa: “Ieri ero depresso/Oggi la vita è bella”. In tanti si mettono in posa davanti ai monumenti delle città europee. Il sogno di Bilal sarebbe stato in realtà di vivere in America. Ma dalla sua recente esperienza nel Mediterraneo ha perso le speranze. Prima di partire, si era allenato a nuotare nell’oceano, a Casablanca. Ma la traversata si è rivelata terribilmente difficile: “C’erano tante persone in mare che gridavano e chiedevano aiuto”.
Una volta a Ceuta, esausto, è stato fermato dalla Guardia Civil spagnola e scortato dalla marina marocchina fino a Fnideq: “I militari ci hanno fatto salire su un autobus. Picchiavano alcuni di noi. Per ore non abbiamo avuto né da mangiare né da bere”. Bilal si è ritrovato a Tiznit, a circa mille chilometri da Ceuta. A Casablanca lavora come riparatore di telefoni. I suoi guadagni sono irregolari, ma si considera fortunato ad avere un lavoro che gli piace. In Marocco si parla di hrig, dal verbo arabo “bruciare”: “Non si tratta soltanto di bruciare i documenti o di attraversare una frontiera, ma di bruciare una vita per cominciarne un’altra – spiega il geografo Mustapha Azaitraoui –. È anche il sintomo di una frontiera interiore, quella che separa i giovani dalla possibilità di una vita dignitosa e stabile. Ceuta è una prova di passaggio, un tentativo di riprendere il controllo della propria vita, di diventare qualcuno”. Per molti, hrig è sinonimo di arte di arrangiarsi, coraggio, sacrificio. Ma c’è anche interpretazione più negativa del termine: “C’è chi pensa che l’harraga, l’esiliato, dia una cattiva immagine del proprio Paese all’estero, che scappi, che abbandoni il proprio Paese invece di restare, lavorare e dare il proprio contributo alla società – spiega Azaitraoui –. Questa interpretazione è più diffusa tra le persone anziane, legate all’idea di patria, ed è alimentata da discorsi istituzionali e moralistici. Partire però – aggiunge il ricercatore – non significa non amare il proprio Paese. La rottura nasce dal rifiuto della propria condizione sociale, dalla hogra, l’umiliazione, la sensazione di non essere riconosciuti. Il cugino che torna dall’Europa ogni estate con regali per tutti e una bella auto incarna il successo agli occhi di chi è rimasto”. Del resto, i marocchini residenti all’estero contribuiscono in misura considerevole all’economia del regno. Nel 2025 hanno inviato al Paese d’origine la cifra record di 122 miliardi di dirham (11,3 miliardi di euro).
Fin da quando era bambina, Ghalia, 22 anni, sogna di raggiungere la zia, infermiera in Spagna. È partita alla volta di Ceuta senza dire nulla ai genitori. Alla fine, dopo quattro giorni, è tornata a casa, a Azemmour: il telefono era scarico, non aveva più i soldi per mangiare e non aveva un posto dove dormire. Dopo aver visto alcuni militari che maltrattavano i migranti, non ha esitato a tornare indietro. Dopo aver lasciato gli studi, Ghalia e si è arruolata nell’esercito per un anno di servizio militare. Ora, però, non riesce a trovare lavoro. Come lei, quasi 2,9 milioni di marocchini tra i 15 e i 29 anni sono NEET: non lavorano, non studiano e non seguono alcun percorso di formazione. Gioca a calcio in una piccola squadra che le paga soltanto 200 dirham (18,60 euro) in caso di vittoria. Vorrebbe iscriversi ad una scuola alberghiera, ma non ha i soldi e suo padre, autista di ambulanza, deve già provvedere alla madre e al fratello. “Non me la sento di chiedergli di pagarmi gli studi – dice –. Il Marocco è un Paese bellissimo. Se ci fosse lavoro, non vorrei partire”.