repubblica.it, 7 settembre 2026
Audio rubati a Raoul Bova, l’imprenditore Monzino verso il processo per tentata estorsione
“Dite a Raoul di contattarmi qui, ho del materiale chat e audio che gli può rovinare la vita, matrimonio e futuro”. E ancora: “Se no finiscono nell’episodio di lunedì di Falsissimo”. Fino alla stoccata che rendeva chiarissimo il terreno sul quale si giocava la partita: “Don Matteo non penso si farà dopo sto scandalo”. La vicenda degli ormai celebri “occhi spaccanti” arriva a una svolta giudiziaria. La procura di Roma ha chiuso le indagini nei confronti di Federico Monzino, accusato di aver tentato di estorcere denaro a Raoul Bova minacciandolo di rendere pubbliche le conversazioni private avute dall’attore con Martina Ceretti.
L’avviso di conclusione delle indagini è stato firmato il 2 settembre dal sostituto procuratore Eliana Dolce. Al centro dell’inchiesta c’è una storia che dall’estate del 2025 aveva rapidamente oltrepassato i confini del gossip. Secondo la ricostruzione della procura, Monzino si sarebbe impossessato del contenuto delle conversazioni tra Bova e Ceretti videoregistrandole direttamente dal cellulare della donna il 5 luglio. Quattro giorni dopo, il 9 luglio, le avrebbe rivelate a Fabrizio Corona, perché fossero poi divulgate sui suoi canali social.Ma è quello che sarebbe accaduto dopo a trasformare la storia privata in un’indagine per tentata estorsione.
Il 10 luglio, attraverso il profilo Instagram “Sei fottuto”, Monzino avrebbe contattato Consuelo De Andreis, manager di Bova, annunciando di possedere materiale capace di travolgere la vita personale e professionale dell’attore. Il giorno successivo il contatto diventa diretto. E i messaggi, riportati nell’atto giudiziario, lasciano poco spazio alle sfumature. “Non è il caso che venga fuori uno scandalo sui giornali, no? Per il tuo matrimonio, per la tua immagine, per il tuo presente e futuro lavoro. Altro che Don Matteo”. Poi l’avvertimento: “Verrà pubblicato lunedì se non fai qualcosa”. E ancora: “Ho dei contenuti tra te e Martina Ceretti che ti farebbero molto male”.
Infine, secondo l’accusa, arriva la proposta: “Io posso non fare accadere tutto ciò. Se mi vieni incontro blocchiamo tutto e rimane privato”. E poi il passaggio forse più esplicito: “Se vuoi essere gentile e farmi un regalo dato che ti sto salvando il culo sta a te”.
Bova, però, non cede. Ed è probabilmente questo il passaggio più significativo dell’intera vicenda. L’attore sceglie di denunciare, pur sapendo che quella decisione avrebbe potuto portare dentro un fascicolo giudiziario – e quindi esporre – una parte delicatissima della propria vita privata. È proprio la procura a scrivere che il progetto criminoso non sarebbe andato a compimento per la “ferma opposizione” della persona offesa, che presentò denuncia.
Una scelta tutt’altro che scontata quando la leva del presunto ricatto è esattamente quella: la paura dello scandalo. Bova, assistito dal penalista David Leggi, decide invece di correre quel rischio e consegnare tutto agli investigatori. Nell’atto della Procura Leggi figura come avvocato di fiducia della persona offesa.
E la pressione, secondo gli inquirenti, non sarebbe terminata con la denuncia. Il 22 luglio Monzino avrebbe indotto Ceretti a contattare nuovamente Bova facendo arrivare altri messaggi nei quali veniva prospettata la possibilità di raggiungere un “compromesso”, a condizione che l’attore non avesse denunciato quanto accaduto nei giorni precedenti.
Tre, alla fine, le contestazioni mosse dalla procura: tentata estorsione, violazione della corrispondenza privata per aver preso cognizione delle conversazioni tra Ceretti e Bova e successiva rivelazione delle stesse a Corona. Per gli inquirenti i tre episodi sono legati dal vincolo della continuazione.
Ora l’inchiesta è arrivata al giro di boa. Con la notifica dell’avviso di conclusione delle indagini, Monzino e i suoi difensori hanno venti giorni per presentare memorie e documenti, chiedere nuovi atti d’indagine o l’interrogatorio. Poi la procura deciderà se chiedere il rinvio a giudizio.