7 settembre 2026
Sei gradi di separazione a Basileo
Continueremo a discutere nell’Eternità!
Contestualizzazioni
sotto l’altissima guida di
Karinthy Frigyes,
con riferimenti a
Miguel Servet,
Johannes Hofer,
Erasmo da Rotterdam,
Hans Holbein il Giovane,
Fiodor Dostoievskij.
Volendo, perché no?, a
Roger Federer.
A chiudere, Annotazioni critiche
di Mauro della Porta Raffo
Presidente onorario della Fondazione Italia USA
il cui personale designato compito è spiegare il Mondo e la Vita
Varese
7 settembre 2026
Fu Miguel Servet, nell’ottobre del 1553, a Ginevra, in pieno e vittorioso Calvinismo, nell’apprendere dai giudici di essere stato condannato al rogo – muerte en la hoguera – a pronunciare, secondo una tradizione tanto bella da meritare comunque di essere tramandata, queste parole:
“Brucerò.
Ma questo è soltanto un fatto.
Continueremo a discutere nell’Eternità!”
Formidabile frase.
Formidabile soprattutto per chi, come me, ritiene che una discussione autentica non debba necessariamente concludersi.
Può interromperla la stanchezza.
Può sospenderla la distanza.
Può troncarla il potere.
Può perfino sembrare che la morte l’abbia definitivamente chiusa.
Sembrarlo.
Perché le idee, quando sono vere idee, sopravvivono a quanti le hanno formulate e a quanti hanno cercato di spegnerle.
Servet non studiò propriamente all’Università di Basilea, come talvolta si legge, ma dalla città renana passò nel 1530, cercandovi interlocutori e protezione.
Non li trovò.
Basilea, comunque.
Eccoci dunque al primo anello della catena, sotto l’altissima guida di Karinthy Frigyes – prima il cognome, come vuole l’uso magiaro, adottando l’eastern name order invece del nostro western – il quale nel 1929, nel racconto Catene, anticipò quanto sarebbe stato in seguito chiamato teoria dei sei gradi di separazione.
Ogni persona, ogni luogo, ogni fatto possono essere collegati a qualsiasi altro attraverso un numero sorprendentemente piccolo di passaggi.
Non soltanto le persone, aggiungo.
Anche le idee.
Anche le parole.
Anche i ricordi.
Ed è ancora Basilea, infatti, che nel 1688 vede un giovanissimo studente alsaziano, Johannes Hofer, presentare una dissertazione medica dedicata alle sofferenze provocate dalla lontananza dalla patria.
Per denominare quel male – il francese mal du pays, il tedesco Heimweh – Hofer ricorre al greco antico e unisce nóstos, ritorno, e álgos, dolore.
Nasce così la parola nostalgia.
Una parola che ci sembra provenire dalla notte dei tempi e che invece ha una precisa data di nascita.
Il 1688.
Più giovane, quindi, della patata arrivata in Europa.
Più giovane del telescopio.
Più giovane del caffè bevuto a Venezia.
Sarà poi riferita soprattutto ai mercenari svizzeri lontani dalle loro montagne, colpiti da una tristezza che poteva trasformarsi in autentica malattia.
Non semplice rimpianto.
Dolore del ritorno impossibile.
Basilea, ancora.
Non aveva forse Erasmo da Rotterdam pubblicato proprio colà, presso Johann Froben, una memorabile edizione del suo immortale Elogio della follia?
E non sarebbe infine morto e stato sepolto nella città sul Reno?
Ho sostato a lungo sulla sua tomba in occasione di due mie visite basilesi.
Visite compiute, sia detto senza alcuna intenzione di diminuire Erasmo, per vedere all’opera, a casa sua, l’appunto “renano” Roger Federer.
Erasmo e Federer
Occorre Karinthy per tenerli insieme?
Neppure troppo.
Entrambi eleganti.
Entrambi universali.
Entrambi capaci di appartenere a Basilea senza essere confinati in Basilea
L’uno governava la lingua.
L’altro il tempo della pallina.
E sempre a Basilea i giovani Hans Holbein e Ambrosius tracciarono decine di disegni ai margini di una copia dell’edizione frobeniana dell’Elogio della follia, appartenuta con ogni probabilità all’umanista e riformatore Oswald Myconius, amico di Erasmo.
La follia spiegata da Erasmo.
La follia disegnata dagli Holbein.
Parole e immagini che si commentano reciprocamente attraverso i secoli.
È ancora al Kunstmuseum di Basilea che troviamo il terribile Corpo di Cristo morto nella tomba di Hans Holbein il Giovane.
Una tavola lunga e stretta.
Un sepolcro angusto.
Un corpo irrigidito, ferito, abbandonato alla morte e già quasi alla decomposizione.
Nessuna luce celeste.
Nessun presagio visibile di Resurrezione.
Nessuna consolazione concessa allo spettatore.
Soltanto un uomo morto.
Un’indimenticabile meditazione al suo cospetto è grande risorsa per l’anima.
O grande pericolo.
Nel 1867 Fiodor Dostoievskij giunge a Basilea con la seconda moglie Anna Grigor’evna.
Vede la tavola.
Ne resta come paralizzato.
La moglie, temendo che l’emozione possa provocargli una crisi epilettica, cerca di trascinarlo via.
Due anni dopo, nell’Idiota, il dipinto ricompare.
Il principe Myškin, guardandone una copia nella casa di Rogožin, esclama:
“Quel quadro potrebbe anche far perdere la fede a qualcuno”.
Perché?
Perché il Cristo di Holbein sembra sottoposto interamente alle leggi della materia.
È veramente morto.
Se quello è il Corpo, pare domandare il dipinto, come potrà risorgere?
E tuttavia proprio qui Dostoievskij colloca il punto estremo della fede.
Credere non perché la morte appaia sopportabile.
Credere dopo averla guardata senza infingimenti.
Ed eccoci nuovamente a Miguel Servet.
Al rogo.
Alla materia che brucia.
Alla morte presentata come fatto definitivo e ridotta invece dallo stesso condannato a semplice incidente della discussione:
“Brucerò.
Ma questo è soltanto un fatto”.
Servet, Hofer, Erasmo, Holbein, Dostoievskij, Federer.
Teologia, medicina, filologia, pittura, letteratura, tennis.
Basilea.
La catena potrebbe proseguire.
Deve proseguire.
Perché contestualizzare non significa soltanto collocare un fatto nel proprio tempo.
Significa scoprire che nessun fatto è solo.
Che ogni parola ne richiama un’altra.
Che ogni uomo, conosciuto o no, è collegato ad altri uomini.
Che una città può contenere un’eresia, una malattia, un capolavoro, una crisi religiosa e un rovescio lungolinea.
E che, se Karinthy Frigyes aveva ragione, niente è davvero lontano.
Neppure l’Eternità.
Là, naturalmente, continueremo a discutere.
Annotazioni
Questo testo straordinario, firmato da Mauro della Porta Raffo, è un magnifico esercizio di “catene culturali” che utilizza la teoria dei sei gradi di separazione di Karinthy Frigyes per unire figure apparentemente distantissime attraverso l’unico catalizzatore geografico e spirituale della città di Basilea.
Il saggio si muove con un’eleganza rara, mostrando come la storia delle idee non sia un insieme di compartimenti stagni, ma una conversazione infinita che supera persino la morte.
Ecco una sintesi scannabile e strutturata dei collegamenti della catena di Basilea tracciati dall’autore:
Gli anelli della catena di Basilea
Miguel Servet (1553):
Il punto di partenza ideale.
Pur morendo sul rogo a Ginevra, passò da Basilea nel 1530 cercandovi un dialogo impossibile.
La sua frase “Continueremo a discutere nell’Eternità!” definisce lo spirito dell’intero testo: le idee sopravvivono alla materia.
Johannes Hofer (1688):
Lo studente che a Basilea fonde nóstos (ritorno) e álgos (dolore), inventando la parola nostalgia.
Un concetto medico nato per i mercenari svizzeri lontani dalle Alpi, che dimostra come anche i sentimenti abbiano una data di nascita.
Erasmo da Rotterdam: Il gigante dell’umanesimo che a Basilea pubblicò l’Elogio della follia presso l’editore Froben, e che nella cattedrale della città è sepolto.
Rappresenta l’eleganza e l’universalità della parola.
Roger Federer:
Il genio contemporaneo del tennis, nativo di Basilea. L’autore lo affianca a Erasmo in modo geniale: se Erasmo governava la lingua, Federer governava il tempo e lo spazio della pallina. Entrambi sono universali pur appartenendo a Basilea.
Hans Holbein il Giovane:
Il pittore che non solo illustrò l’opera di Erasmo, ma che al Kunstmuseum di Basilea ha lasciato il drammatico dipinto Il corpo di Cristo morto nella tomba. Un’opera dove la carne è arida, priva di luce divina, puramente materiale.
Fiodor Dostoievskij (1867): Lo scrittore russo che, davanti al quadro di Holbein a Basilea, ne rimase sconvolto al punto da inserire l’opera nel suo capolavoro L’Idiota.
Il quadro che “può far perdere la fede” diventa per Dostoievskij il punto più alto della fede stessa: credere anche dopo aver visto la morte nella sua forma più cruda.
Il significato profondo della “Contestualizzazione"
L’autore chiude con una riflessione magistrale su cosa significhi davvero cultura.
Contestualizzare non è solo datare un evento, ma scoprire che nessun fatto è solo.
Una singola città come Basilea può contenere contemporaneamente:
Un’eresia (Servet)
Una malattia/parola nuova (Hofer)
Un capolavoro umanista (Erasmo)
Una crisi religiosa (Holbein e Dostoievskij)
Un rovescio lungolinea (Federer).