Questo sito utilizza cookies tecnici (propri e di terze parti) come anche cookie di profilazione (di terze parti) sia per proprie necessità funzionali, sia per inviarti messaggi pubblicitari in linea con tue preferenze. Per saperne di più o per negare il consenso all'uso dei cookie di profilazione clicca qui. Scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie Ok, accetto

 2026  settembre 07 Lunedì calendario

Intervista a Claudia Durastanti

È a prova di fuoco, lei?
«Macché, m’infiammo eccome. I miei tatuaggi dicono di me qualcosa che vorrei fosse ma non è».
Durastanti non sarà ignifuga, ma è molte cose. Scrittrice, traduttrice, mamma di Nina, nove mesi, ha vissuto tra Brooklyn, Londra e Gallicchio (750 anime in provincia di Potenza) e vanta alcune ammirevoli passioni dark. Per dirne una, a vent’anni cercò di intrufolarsi nella stanza newyorkese del Chelsea Hotel dove Sid Vicious uccise Nancy Spungen. Ha pubblicato Falsi amici (La nave di Teseo), raccolta di saggi tra personale e politico: un viaggio psichedelico tra letteratura, pipì di cane, analisi lacaniana, bagni rosa, capitalismo e pellicine. In una delle pagine più surreali, Claudia ha 15 anni, è a casa da sola e succhia cotiche di maiale surgelate seduta sul balcone, in bikini nero e fucsia.
Le cotiche. A luglio.
«C’era il frigo vuoto. E un’euforia: l’idea di poter prendere qualsiasi forma, di andare ovunque».
Ci è riuscita?
«Molti anni dopo, attraverso la scrittura. A quell’epoca, no. Cercavo solo di sopravvivere al disordine della mia famiglia».
È cresciuta con due genitori non udenti che non hanno mai voluto imparare la lingua dei segni.
«I colloqui coi miei professori li gestivo io. Poi riportavo a mia mamma, lì presente, una realtà parecchio edulcorata. Non capiva le parole, ma le espressioni del volto sì. Non ci è mai cascata».
Sua madre è una pittrice.
«Faceva quadri enormi, bellissimi, coloratissimi. Il giorno dopo prendeva un secchio di vernice nera e li copriva. Io pensavo: perché hai sciupato tutto?».
L’ha capito, il perché?
«Nella disabilità, lei trovava un uso radicale della libertà. La possibilità di decidere che una cosa bella poteva esistere e poi sparire. Per i miei genitori l’obiettivo non era, come per molti, la felicità. Erano creature sofferenti, convinte che proprio nella sofferenza avrebbero trovato un senso. Basti pensare a come raccontano di essersi incontrati».
Ovvero?
«Mia madre dice di aver salvato mio padre mentre stava per buttarsi da Ponte Sisto. Lui giura di aver salvato lei da un’aggressione alla stazione di Trastevere».
Pare un romanzo.
«Penso che entrambe le storie, a modo loro, siano vere. Ma che abbiano scelto questa narrazione come origine del loro amore dice molto. Come figlia, questo loro modo buio di stare al mondo è stato spaventoso, quasi osceno. Come scrittrice, devo ammettere che è stato un dono».
Da adolescente, scrive, si tagliava le braccia.
«Ho ancora le cicatrici, era il mio modo per dire “eccomi, sono qui”. Negli Anni 90 era anomalo non avere una qualche forma di accanimento su sé stessi. Poi è arrivata l’epoca dell’accettazione, della body positivity. Adesso stiamo tornando indietro. Alla magrezza, all’ossessione».
Perché?
«Perché in tempi di disordine si cerca il controllo».
Si definisce una transfuga di classe. In che senso?
«A casa mia non lavorava nessuno, i sussidi erano indispensabili. Magari avevo pure le Nike, residui della mia vita americana o regali dei parenti, ma poi non c’erano i soldi per fare la spesa».
E oggi?
«Oggi sono diventata borghese, con grande angoscia di mia madre».

Cosa le è costato, entrare nel salotto buono?
«L’ingenuità. Ho dovuto fingermi più consumata, più annoiata».
Il racconto autobiografico della sua famiglia, La straniera, le ha dato il successo.
«Scriverlo è stato difficile, ho dovuto elaborare il dolore. Ma raccontare le difficoltà da cui provenivo mi ha permesso di uscire definitivamente da quella classe sociale. È una contraddizione, lo so».
L’autobiografia della vita difficile non rischia di diventare un brand?
«Certo. E di essere sfruttato, anche. È un po’ quello che è successo alle autrici afro-americane, a una certa letteratura femminista. Esisto perché soffro. Ma c’è di più: molti giovani autori sono costretti all’autobiografia e sa perché?».
Perché?
«Costa meno. Scrivere un romanzo, fare ricerche, studiare, è un investimento pauroso. A meno che tu non sia Annie Ernaux o Emmanuel Carrère, scrittori che hanno quasi un progetto di antropologia del sé, l’autofiction è la letteratura della precarietà. Di una mobilità sociale sempre più difficile. Oggi, migrare a Londra senza una lira in tasca, come ho fatto io, non si può più fare. Non esiste».
Il prologo di «Falsi amici», una storiella in stile Esopo, racconta la romanziera Cicogna che deve vedersela con la Beccaccia e la vanitosissima Pavona. Sia sincera: quanta invidia c’è nel mondo letterario?
«C’è, certo che c’è. Ma prima di tutto, c’è la fatica. Il pensare alla scrittura come carriera, il doversi confermare dopo l’esordio, il mantenere il risultato, lo stare lì a guardare cosa fa l’altra, cosa non fa. Mi piaceva immaginare queste Ginzburg, Morante, Ortese che escono dalla tomba, sporche di terra, e ci sgridano: ma basta, fatevi una vita!».
A che serve la letteratura?
«A provare a noi stessi che esistiamo».
Una volta ha detto che le sarebbe piaciuto scrivere come un uomo. Come scrivono gli uomini?
«Intendevo dire: essere accolta come un uomo. Se un uomo racconta una coppia borghese che si separa, nessuno pensa automaticamente che sia il suo matrimonio. A una donna succede continuamente: l’immaginazione diventa biografia».
Lei vive di parole, si nutre di parole. E l’uso stereotipato delle parole non le piace.
«Penso al termine sicurezza: a dirlo oggi passi subito per reazionario. Ma per me, che sono nata a New York, significa social security: una casa, un pasto, la possibilità di camminare per strada senza che il mio corpo venga aggredito. La sinistra l’ha frainteso».
Che altro fraintende, la sinistra?
«Il tema dell’appartenenza. Dovrebbe essere una premessa, mica una gabbia. Io sono questo corpo, vengo da questa storia: bene. E adesso che ci inventiamo, che lotte politiche facciamo? Invece di usare l’identità per creare forme nuove, spesso la sinistra culturale l’ha irrigidita».
Ha vissuto a lungo negli Stati Uniti. Le mancano?
«L’America per me era un faro: la terra della possibilità, della spregiudicatezza. Oggi molto meno».
Colpa di Trump?
«Troppo facile. Mi ha ferito vedere persone marginalizzate, migranti, donne, compiere una scelta politica che le avrebbe fatte soffrire. Una sorta di auto-sabotaggio collettivo. Ma il mio rapporto con l’America resta complicato: guardo Bad Bunny al Super Bowl, un portoricano che si prende la più grande scena degli States, e mi commuovo. Pensarci mi fa capire dove sono io, adesso».
E lei dov’è, adesso?
«In traduzione. Quando vivevo in Paesi anglofoni pensavo in italiano, sognavo in italiano. Oggi che vivo a Roma, nei negozi mi fingo straniera. Dico sorry, thank you. Mi aiuta a mimetizzarmi».
«L’amore per me è stato anche farmi a pezzi, arto per arto, per consegnarmi a un altro essere umano». È possibile salvarsi da un rapporto tossico?
«Sono cresciuta convinta di no, che significasse la fine, per i miei genitori è stato così. Che poi a noi ragazze inculcano l’ascolto, la tenerezza, l’accoglienza quasi fossero virtù mariane. Una condanna».
Però?
«Però ho anche capito che alcuni rapporti – non tutti, non sempre, sia chiaro – possono essere modificati. Serve un grandissimo lavoro? Sì. Tocca fare rinunce e compromessi? Sì. Ma non c’è solo l’annichilimento. C’è anche il tentare».

Il rifiuto del maschio non la convince.
«Rendere visibile il patriarcato è stato fondamentale, ha avuto una funzione di sfondamento sociale in un mondo in cui le donne vengono ammazzate e pubblicizzate come cadaveri. E però su quest’idea di maschio come inevitabile portatore sano del patriarcato bisogna riflettere. Nella vita, nella letteratura».
Cominciamo coi libri.
«Quando ho scritto Missitalia, ai personaggi maschili neanche ho dato un nome proprio. Questo donare l’azione alle donne, per me, è stato un gesto di potenza. Però a un certo punto è pure stancante essere sempre l’eroina, quella che fa e disfa il mondo, no?».
Quindi?
«E quindi, dopo tempi in cui loro hanno fatto e disfatto, dopo che noi abbiamo fatto e disfatto, forse c’è anche un riscoprire la compagnia, senza ruoli fossilizzati. Un po’ mi mancano, i maschi. Credo nell’amicizia con l’uomo: né padre, né amante, né fratello. Quando sono rimasta incinta e l’ho detto, quelli che si sono commossi fino alle lacrime sono stati i miei amici uomini, non le amiche».
Nove mesi fa è diventata mamma di Nina.
«La gravidanza è stata il periodo più gioioso della mia vita. Una specie di meraviglia per tutto».

E poi?
«Poi, ho cominciato ad allattare ed è successa una cosa paurosa. Appena attaccavo la bambina al seno avevo un momento di crollo in cui diventava tutto buio. Pensavo di morire, di sparire, un senso di dissoluzione dolorosissima. Si chiama disforia da allattamento, neanche sapevo esistesse».

Di che cosa aveva paura?
«Quattro giorni dopo il parto mi sono seduta sul divano accanto a mia figlia che dormiva, tranquilla. Sono scoppiata a piangere. E se non le piaccio? Non davo per scontato che mi avrebbe amata perché ero sua madre, perché avevo il latte, perché ero lì, volevo proprio starle simpatica. Mi sono sentita completamente disarmata».

È vero che da bambina fantasticava di morire avvelenata dalla kryptonite?
«Verissimo. C’entrava Superman, c’entrava il cinema. Pensavo: qual è la cassetta degli attrezzi della fine? La kryptonite mi sembrava perfetta».

Che cosa si augura di non comprendere mai?
«Il perché sono rimasta viva».