corriere.it, 7 settembre 2026
Us Open, lo Slam del caos dagli spalti
L’olezzo di marjuana stupisce solo i benpensanti: questa è la città del sindaco Zohran Mamdani, enclave democratica nel regno del Trumpismo. Il Queens, dove sorge il complesso di Flushing, è uno dei cinque distretti di New York: fumare a scopo ricreativo è legale, anche se ogni anno – a rotazione – c’è un tennista che si lamenta. La migliore lagna 2026 è di Zverev, impegnato a difendere dall’assalto di Luciano Darderi il ruolo di favorito dell’Open Usa: «Il campo diciassette puzzava come il salotto di Snoop Dogg…». Bella, Sascha: sembra scritta da Woody Allen.
Sugli spalti, nell’era del tennis showbiz, in effetti succede di tutto. Gli americani, per cui l’unica forma di sport concepibile deve avere le caratteristiche dell’entertainment, assistono al tennis come se fosse il basket al Madison Square Garden, il baseball allo Yankee Stadium o il football al MetLife. Scordatevi il religioso silenzio wimbledoniano tra i punti, i battimano precisi, i sospiri trattenuti sulla palla break o il match point. Qui si mangia e beve, innanzitutto. Lo sferragliare di mandibole è un sottofondo costante. Ci si sposta durante il gioco, si parla a voce alta o altissima, con il riflesso pavloviano del ruggito dello stadio davanti al dunk o all’home run.
Ma non ti dà fastidio, Jannik, chiedemmo a Sinner l’anno scorso: «Ma no, quando vieni a New York sai che l’ambiente è rumoroso e indisciplinato – rispose —, è perfettamente inutile chiedere all’arbitro di richiamare al silenzio». Flavio Cobolli, invece, nella sconfitta con Blockx si è fatto condizionare: «È troppo rumoroso: così diventa difficile concentrarsi».
Questo, poi, come se già tutto il resto non bastasse, è l’anno degli influencer e dei content creator. L’Open Usa ne ha accreditati cento: il doppio rispetto ai 54 del 2025. La deriva è irrefrenabile. Meg e Audrey, titolari dell’account social The Vip List, sono state cacciate dal torneo dopo aver postato la foto dell’accredito. Gli altri 98 influencer scorrazzano felici per i campi, portatori insani di selfie e video, totalmente a digiuno delle regole-base di questo gioco nato pallacorda nel XII secolo in Francia come passatempo dei nobili, figuriamoci cosa c’azzeccano queste figure ibride che hanno lo scopo di creare engagement con qualsiasi mezzo, di modo che domenica, a fine evento, l’Open Usa possa vantarsi di avere avuto più clic, meme, visualizzazioni degli altri tre Slam del circuito.
La luce bianca dei telefonini e dei ring light che illuminano queste scemenze spunta ovunque sugli spalti, tanto che Naomi Osaka, lei stessa ormai più Chiara Ferragni che campionessa, l’ha notato: «C’è stato un momento in cui, mentre giocavo il punto, queste persone gridavano delle cose… Va bene cercare di allargare la popolarità del tennis, ma dall’etichetta e dalle regole non bisognerebbe prescindere».
L’Arthur Ashe, cioè il centrale dell’Open Usa e il campo più grande del mondo (23.771 spettatori), è diventato the place to be. A Wimbledon c’è il Pimm’s e qui l’Honey Deuce, il cocktail più celebre in mano a ogni creatore di contenuti che si rispetti. «Ma se ti invitano sul red carpet, non ci vai in jeans – sottolinea Coco Gauff —. Voglio dire che chi attira questa gente all’Open Usa dovrebbe educarla su come si assiste al tennis». Pare che le prime mail che riassumono l’abc del gioco stiano girando. Jessica Pegula va oltre: «Siamo qui per fare il nostro lavoro, tutto ciò è irrispettoso».
E invece si continua ad andare a caccia di pubblico generalista, usando come esca i social a cui abboccano i giovani. Ma chi ha l’attenzione parametrata su un video di TikTok o sulla lunghezza di un tweet non avrà mai la pazienza di assistere a una partita tre set su cinque. La bolla social, come il gigantismo di un circuito sempre più affollato di eventi – e deve ancora entrare l’Arabia con il suo Master 1000 —, è destinata ad implodere (speriamo). Sopravviverà solo chi conosce a menadito il punteggio e sa perché zero si dice love, come amore.