Corriere della Sera, 7 settembre 2026
Floria Fiorucci ricorda suo fratello Elio
Quando il Metropolitan Museum di New York chiese a Bruce Springsteen l’oggetto feticcio per una mostra, la rockstar ne consegnò due: chitarra e un paio di jeans. Erano firmati Elio Fiorucci (Milano 1935-2015), lo stilista capace di detronizzare la moda tirandola fuori dagli atelier per immergerla nel flusso della strada e farne un fenomeno democratico, globale, moderno. Lui ad adottare per scarpe e borse materiali inediti come la plastica. Lui a trasformare il jeans da pantalone per il tempo libero a capo femminile ad alto tasso erotico. Ne ridisegna le forme per esaltare le natiche con un’audacia trasgressiva in linea con lo spirito libero di quegli anni. Li vende a poche migliaia di lire come emblema di un modo di vivere senza tabù e alla portata di tutti.
Natalia Aspesi scrive che Fiorucci rappresenta «la lotta al sistema senza lo scontro fisico e la fantasia senza la necessità di mandarla al potere». La prima volta che Jean Paul Gaultier si reca a Milano va diretto nello showroom Fiorucci, perché «era la cosa più importante da scoprire in città». Al di là dell’Atlantico è un mito: inaugura il leggendario Studio 54 (quello della Febbre del sabato sera) e viene citato dalle Sister Sledge in una hit della disco music. A ricordarlo è la sorella minore Floria, assistente, confidente, alter ego di Elio nel corso di tutta la vita.
Il sogno di Elio bambino?
«Lo scrisse in un tema: fare il commerciante, come nostro padre che vendeva le più belle pantofole di Milano».
Per un periodo lo fece…
«Sì, da papà; era giovanissimo, sempre in grembiule nero, gentile, indaffarato. Poi con un negozio di pantofole tutto suo».
La svolta?
«La scoperta, a metà anni Sessanta, delle novità trasgressive della Swinging London; prima le importa, poi, nel 1970, fonda il proprio marchio con il celebre logo dei due angioletti vittoriani».
Fiorucci ha trasformato la moda in fenomeno pop. Cosa ha significato nella storia del costume?
«La conquista della libertà. I suoi capi erano accessibili, intercambiabili, colorati, allegri, terreno di contaminazione tra arte e vita, disimpegno e impegno. Fu antesignano nell’utilizzare t-shirt, felpe, top come spazi per lanciare messaggi di ogni tipo».
E cosa hanno rappresentato i Fiorucci store, da Milano a New York?
«I luoghi simbolo della cultura pop, collettori di incontri, tendenze ed esperienze. Il primo, in Galleria Passarella, era un concept store ante litteram, che Keith Haring riempì di graffiti in un happening memorabile durato due giorni. Quello enorme in via Torino era una finestra sul mondo; aveva libri, dischi, un teatrino e un ristorante aperto fino a tardi dove servivano hamburger su piatti Richard Ginori. A New York sulla 59ª strada – dove uno dei commessi era il fratello di Madonna — andavano Jackie Onassis, Truman Capote e Andy Warhol, che lo scelse per presentare la sua rivista Interview e lo consacrò».
In America il «fioruccismo» scatenò una vera e propria febbre che contagiò il jet set, lo show biz, i paladini delle avanguardie artistiche. Con chi, tra i grandi personaggi, instaurò il rapporto più stretto?
«Sicuramente Warhol; li legavano affinità creative e visioni innovative, anche se a casa di Andy Elio si stupì di trovare appesi, come in una poesia di Gozzano, dipinti ottocenteschi dai soggetti bucolici».
Come visse l’enorme successo personale che lo fece diventare un’icona?
«Con curiosità».
Che tipo di persona era?
«Un uomo semplice, istintivo, dal candore quasi infantile, animato da un’incontenibile smania di conoscere e dalla capacità di cogliere un’illuminazione anche dalla carta di un’arancia. Forse mancava un po’ di concretezza. Una volta a Parigi fece buttare come spazzatura un sacchetto nero senza guardarci dentro; peccato fosse pieno dei rullini da sviluppare di Oliviero Toscani!».
La sua giornata tipo?
«Non ne aveva. Tutto dipendeva dall’estro del momento. Da ragazzo, però, amava arrivare presto in negozio per dedicarsi alla vetrina, che considerava luogo dove raccontare un’idea per incuriosire e far sognare chi passava».
Passioni del tempo libero?
«Per lui il concetto di tempo libero è sempre stato molto relativo. Ha trasformato la sua passione in lavoro e non c’era confine tra piacere e dovere. Il suo divertimento era creare».
Modus operandi?
«Il confronto e la condivisione erano parte integrante del processo creativo. L’ufficio era luogo di continuo fermento, frequentato da artisti, fotografi, designer, giovani talenti; la porta era sempre aperta a chiunque avesse un progetto».
Molte ispirazioni sono arrivate dai viaggi…
«Elio è sempre stato un grande viaggiatore, un magnifico compagno di avventure capace di vedere il bene e il bello ovunque. Ha girato il mondo, dal Giappone al Sud America; quando tornava apriva le valigie sul tavolo, portava profumi, tessuti, idee».
Esempi?
«Il tanga dal Brasile e il jeans elasticizzato da Ibiza, dove il tuffo in mare di un gruppo di ragazze vestite gli ispirò un denim stretch attillato sulle forme, realizzato utilizzando la Lycra».
E poi?
«Confezionò i suoi cinque tasche con la macchina per le selle, incrociando le cuciture sotto il cavallo per valorizzare i glutei e poi, guardando al design, creò il primo jeans ergonomico con tagli che regalavano al corpo proporzioni perfette».
I luoghi più amati?
«I deserti, in particolare quello del Niger».
Libro, film e piatto del cuore.
«Il piccolo principe di Antoine de Saint-Exupéry, Il posto delle fragole di Ingmar Bergman e spaghetti al pomodoro».
Il maggior difetto?
«L’insoddisfazione; gli sembrava di non avere mai fatto abbastanza».
Una caratteristica?
«Non aveva mai soldi in tasca».
Cosa detestava?
«La banalità e la noia; viveva cogliendo l’attimo, un progetto via l’altro».
La frase che ripeteva più spesso?
«“La fine della paura è l’inizio della vita”, un invito a non porre freni tra noi e i nostri sogni».
Figure di riferimento?
«Tito Pastore, prezioso collaboratore per moltissimi anni. Oliviero Toscani, autore di campagne dirompenti, amico di risate e provocazioni inventive. Gillo Dorfles, con il quale condivideva una profonda sintonia intellettuale e un piacere papillare: il gelato. Compravano una vaschetta alla Bottega del gelato di via Pergolesi – per Elio sempre crema e nocciola – poi andavano a mangiarlo da Gillo».
A un certo punto diventò vegetariano…
«Fu dopo l’incontro con Enzo Dal Verme, fotografo e attivista per i diritti degli animali, e la visione di video choc sugli allevamenti intensivi. Fu una scelta di coerenza etica, prima ancora che alimentare. Elio amava ogni forma di vita, eredità dell’infanzia trascorsa in campagna, a Olgiasca fuori Colico, dove andammo sfollati».
Il momento più difficile della sua vita?
«Quando, per una cattiva gestione finanziaria, fu costretto a vendere il marchio Fiorucci. Quel nome non rappresentava solo un brand, ma una parte profondissima di sé, costruita con tutta la sua energia in anni di entusiasmo e di impegno. Una decisione molto dolorosa».
Ma Elio non si fermò…
«Dopo qualche anno nacque Love Therapy, linea d’abbigliamento con cui continuiamo a diffondere il suo pensiero positivo, tra leggerezza, ironia e sottile provocazione. Come nuovo logo scelse un nanetto, memoria delle storie del bosco che ci raccontava la mamma da piccoli».
La delusione maggiore?
«Capo Nord».
Rimpianti?
«Molti. Diceva: “A volte sei distratto da tante cose e dimentichi quelle più importanti, gli affetti”».