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 2026  settembre 07 Lunedì calendario

Giorgetti rivendica la prudenza sui conti, ma Salvini vuole uno scostamento di bilancio

«La barca è rimasta in galleggiamento. E vi assicuro che l’Italia è molto più rispettata all’estero che in Italia». Giancarlo Giorgetti risponde così, alla fine del Forum Teha di Cernobbio, ai leader dell’opposizione che poche ore prima avevano descritto un Paese incapace di accelerare. La crescita resta modesta, ma il ministro dell’Economia rivendica la tenuta dell’Italia in una stagione di guerre, crisi energetiche e tensioni sui mercati. E porta alla platea di manager e imprenditori una previsione migliore delle attese: «Abbiamo già acquisito lo 0,8%» e, se gli indicatori saranno confermati, «potremmo avvicinarci all’1%», contro lo 0,6% indicato dal governo ad aprile. Dietro quei decimali c’è una questione molto più politica, destinata a pesare sulla prossima legge di Bilancio. Poche ore prima Matteo Salvini aveva definito «doveroso» uno scostamento per sostenere l’economia. Giorgetti non lo cita, ma contesta l’idea che più deficit produca più crescita. «Gli amici francesi, che hanno più deficit, hanno una crescita che è metà della nostra; dunque dire deficit uguale crescita non è automatico».
Sui mercati obbligazionari Giorgetti vede profilarsi una «tempesta» sui bond e sui tassi a lungo termine. E pone una domanda: «Cosa sarebbe accaduto all’Italia se si fosse presentata con un debito poco o malamente gestito?». Il punto è concreto: «Ogni 14 giorni ci presentiamo sui mercati per un’asta di titoli pubblici. Se uno non si fida di te, non ti dà i soldi». La manovra dovrà dunque ascoltare «le ragioni della politica» senza dissipare «il patrimonio di credibilità che abbiamo costruito». Su Mps ribadisce invece la neutralità del governo: la quota del Tesoro è «di fatto congelata» e «non intendiamo assolutamente intervenire né interferire con le operazioni in corso».
Giorgetti rivendica questa prudenza persino come una forma di sovranismo. «Io mi ritengo un sovranista, ma di un sovranismo pragmatico. Perché si può essere sovranisti sparandole grosse e si può essere sovranisti con i fatti». Il 22 settembre arriverà un primo test, quando si saprà se il deficit italiano sarà sopra o sotto «questo benedetto 3%» del Pil. «Se saremo un millesimale sopra resteremo in procedura, se saremo un millesimale sotto saremo fuori», dice. Ma crescere intorno all’1% significa comunque crescere poco. E qui il ragionamento di Giorgetti si sposta alle condizioni nelle quali l’economia italiana è costretta a muoversi. «L’Italia paga le due guerre due volte». Prima la rottura delle forniture dalla Russia: «Prendevamo il gas russo, ci siamo affidati ad altri», a cominciare dal Qatar, ora esposto alla crisi in Medio Oriente. «Il prezzo del gasolio non dipende dal Brent, ma dalla capacità di raffinazione», osserva, ricordando che gli attacchi ucraini avrebbero distrutto «circa il 40% della capacità di raffinazione» russa. «Se non si dicono queste cose, non si capisce perché l’Italia e l’Europa crescono poco».
Il risparmio non manca, gli investimenti sì. A Bruxelles, ammette Giorgetti, «i progressi sono relativi, per usare un eufemismo: è molto faticoso registrare avanzamenti in qualsiasi dossier». Qualcosa si è mosso sull’euro digitale e sui sistemi di pagamento, «più difficile andare avanti sul mercato europeo dei capitali». L’Europa dispone di una grande massa di risparmio, ma fatica a trasformarla in investimenti e una parte finisce per finanziare l’economia americana. Giorgetti, però, non concede all’Italia l’alibi di aspettare Bruxelles. «Perché i fondi di previdenza complementare investono ovunque tranne che in Italia?». E incalza: «Perché allora i fondi di previdenza canadesi investono in Italia e non lo fanno gli italiani?». La domanda arriva davanti alla stessa platea di imprese che chiede più investimenti e più crescita.
E c’è un capitale che l’Italia sta perdendo prima ancora di poterlo impiegare. Il «deserto demografico», avverte Giorgetti, «sta bussando alla porta». La legge di Bilancio dovrà guardare ai giovani e alle retribuzioni, anche con l’ipotesi di tassare al 5% la quota degli aumenti salariali destinata ai giovani. Ma il ministro avverte che il conto non può essere solo pubblico: «Sulle retribuzioni non può esserci solo il governo, ci devono essere anche gli imprenditori». La platea di Cernobbio applaude.