Corriere della Sera, 7 settembre 2026
Nessuna svolta dagli inviati Usa. Zelensky: «La guerra continuerà»
Dopo l’incontro di sabato con Vladimir Putin al Cremlino, Steve Witkoff e Jared Kushner sono arrivati ieri in treno a Kiev: Volodymyr Zelensky ha sottolineato che è stato solo a causa dei bombardamenti russi di venerdì che i due inviati di Donald Trump non sono potuti arrivare in aereo. È stata la loro prima visita nella capitale ucraina, ed è vista come una cosa positiva, ma non ci sono stati – come previsto – passi avanti sostanziali per la pace. Alcuni si aspettano ora al massimo un nuovo scambio di prigionieri con i russi.
I due inviati americani non hanno portato un nuovo piano: secondo il Financial Times avevano con sé versioni aggiornate di documenti precedenti, riviste per riflettere il cambiamento delle circostanze da quando i negoziati sono stati sospesi all’inizio della guerra in Iran, a febbraio. In ogni caso, dopo il primo giro di colloqui, Witkoff li ha definito «molto significativi» e «di sostanza»: «Ci sentiamo molto incoraggiati». Kushner ha dichiarato che suo suocero Trump non solo è determinato a vedere la fine di questa guerra ma a garantire «una pace lunga e duratura» e consentire agli ucraini di incanalare la forza e l’ingegno dimostrati durante la guerra nello sviluppo del loro Paese. E non ha dimenticato di ringraziare i «partner tedeschi, francesi e britannici» che hanno partecipato ai colloqui.
Le posizioni restano distanti perché da una parte gli ucraini vivono per il quinto anno l’aggressione russa iniziata per distruggere il loro Paese e Zelensky ha sottolineato che l’obiettivo dei colloqui non è solo porre fine alla guerra ma evitare che Mosca li invada di nuovo; da parte sua, Putin continua a rifiutare un cessate il fuoco lungo l’attuale linea del fronte perché vuole che Kiev ceda la parte del Donbass che controlla, oltre a rinunciare alle ambizioni di entrare nella Nato. Putin continua a parlare della ragione «alla radice» della guerra, ovvero l’esistenza dell’Ucraina come Stato sovrano, che considera un progetto anti-russo dell’Occidente. Anche se la guerra non sta andando bene per la Russia e ci sono problemi economici, il presidente russo pensa che sta vincendo. E da Mosca ieri il ministro degli Esteri Sergei Lavrov ha dichiarato che l’accusa che la Russia sia stata coinvolta in un attacco di droni a Lipsia è «l’inizio della vera guerra».
La domanda, quindi, è che cosa abbia spinto Trump a far ripartire i colloqui. Sicuramente ci tiene ad apparire come il «maestro degli accordi» e sicuramente c’è la potenzialità di intese commerciali con la Russia (che i russi gli ricordano ogni volta) ma c’è un’altra ragione: la guerra in Iran ha causato un aumento dei prezzi del petrolio e dell’inflazione problematico per il suo partito in vista delle elezioni di novembre per il Congresso e i governatori di 36 Stati. La Russia è uno dei maggiori esportatori di petrolio al mondo ma la guerra, le sanzioni, gli attacchi contro le sue infrastrutture petrolifere hanno posto ulteriore pressione sui prezzi dell’energia in America. Il suo ministro dell’Energia Chris Wright ha dichiarato ieri che «i prezzi del diesel hanno subito l’impatto di molti fattori, ma il singolo fattore più grande è la distruzione delle raffinerie russe da parte degli ucraini» perché la Russia ha smesso di esportare il diesel e ora anzi importa benzina e anche la Cina ne ha ridotto le esportazioni.
La guerra in Iran è la principale causa dell’aumento dei prezzi globali del greggio, ma l’amministrazione Trump potrebbe cercare potenzialmente di ridurre i prezzi del diesel sul fronte russo-ucraino vista la difficoltà di risolvere la crisi nello Stretto di Hormuz.
«Ci aspettiamo che la guerra continuerà», ha dichiarato comunque Zekensky in conclusione, aggiungendo che conta sull’appoggio americano per difesa missilistica ed energia nel duro inverno. E ha regalato ai due ospiti magliette con la scritta «Regime di Kiev»: una battuta su come i russi fino al giorno prima hanno definito l’Ucraina.