Corriere della Sera, 7 settembre 2026
La maggioranza divisa sull’Afd
La linea ortodossa, quella prevalente, a Palazzo Chigi, la detta il ministro degli Esteri, Antonio Tajani, che giudica la notizia «pessima, perché si tratta di una forza politica che è antitetica rispetto ai valori liberali e occidentali nei quali si riconosce Forza Italia ed è una notizia che speriamo sia un’eccezione locale». Tajani cita il suo partito, che si iscrive nella famiglia del Ppe europeo, che ha il suo perno nella Cdu tedesca, la grande sconfitta del voto in Sassonia, ma la sua dichiarazione, a differenza di quella dell’altro vicepremier, ha il favore e l’approvazione di Giorgia Meloni. In apparenza, nel silenzio ufficiale della premier, la linea del governo sembra un cortocircuito. Matteo Salvini infatti non solo si congratula con i vertici dell’AfD, la formazione di estrema destra tedesca, ma condisce il suo pensiero con un’articolazione che lascia poco spazio alle sfumature: «Complimenti all’amica Alice Weidel e a tutta AfD per il trionfo in Sassonia-Anhalt! Un successo clamoroso, che evidenzia la forte richiesta di cambiamento, sicurezza e lavoro. Alla faccia di chi, a sinistra, alimentava paure e scenari catastrofici. Paura? Terrore? Pericolo? No, si chiama democrazia. Un’altra Europa è possibile». Eppure, come in altre occasioni, basta una breve ricognizione per individuare in quella del leader della Lega un posizione eterodossa e minoritaria nella maggioranza. Se Giorgia Meloni preferisce restare in silenzio, almeno ufficialmente, a Palazzo Chigi, nel suo staff, argomentano in modo diverso. Una sintesi possibile, nel gabinetto della premier, è la seguente: «C’è poco da esultare, l’Europa non ha certo bisogno di estremismo o di razzismo o di questo di tipo di soluzioni».
Ed è proprio negli uffici alle dirette dipendenze di Meloni che viene operata una sintesi ulteriore. Salvini indica un obiettivo, «ora una svolta nella Ue è necessaria», ma anche uno strumento, l’AfD. Tajani condivide l’obiettivo, ma non lo strumento. Per la premier la seconda analisi è quella giusta, perché nelle parole di coloro che lavorano a stretto contatto con lei, il segnale che arriva dalla Sassonia è un sintomo che va curato, perché ora più che mai «è necessaria un’Europa meno tecnocratica che si concentri di più sui problemi reali della gente, dal prezzo del gas ai clandestini problema, che non ci metta un anno e mezzo per arrivare a una decisione del Consiglio europeo, che intervenga con piani massicci e meno burocratici su dossier che interessano direttamente il portafoglio o la vita quotidiana dei cittadini, insomma ci vuole uno scatto politico di flessibilità e una presa d’atto del passaggio attuale. Cose che Meloni ha sempre chiesto». Nelle parole del titolare della Farnesina il concetto risuona in questo modo: «È chiaro che occorre una svolta: basta con l’Ue che non decide, moltiplicatore di norme inutili, basta con le forzature per una transizione ecologica sotto la spinta delle ideologie». Mentre a Palazzo Chigi si aggiunge la preoccupazione «per un governo tedesco e un cancelliere indebolito, in una fase molto delicata dell’Europa che di tutto ha bisogno tranne che di una Germania depotenziata». Ma le reazioni italiane sono molteplici. «L’Unione è a rischio. L’insorgere di nazionalismi che guardano ai totalitarismi passati non hanno precedenti», afferma il leader di Azione, Carlo Calenda. E se nel Pd giudicano «agghiacciante» l’esultanza di Salvini, esulta anche il leader di Futuro nazionale, Roberto Vannacci: «Merz ha l’ulcera. Monti dovrà dedicare la sua scarsa energia anche a loro. Nessun dorma!».