Corriere della Sera, 7 settembre 2026
Vuoti di memoria
Quando nel 2022 Friedrich Merz annunciò la sua candidatura alla guida della Cdu, trampolino di lancio per la cancelleria federale, promise che avrebbe «dimezzato l’AfD». Da allora, Alternative für Deutschland non ha mai smesso di crescere.
Ieri in Sassonia-Anhalt il partito dell’estrema destra ultranazionalista ha definitivamente smentito l’attuale cancelliere, raddoppiando i voti e conquistando un Land tanto piccolo quanto significativo nella cosmogonia tedesca.
Che poi riesca anche a governarlo, è ancora da vedere. Ma nulla toglie alla madre di tutte le domande: com’è stato possibile? Com’è avvenuto che una formazione politica senza storia alle spalle sia arrivata al successo cavalcando posizioni sempre più radicali e apertamente in contrasto con la Costituzione, scimmiottando un lessico inconfondibilmente mutuato dal nazismo, accarezzando ogni pulsione xenofoba, razzista e antidemocratica?
C’è un primo paradosso. Per quanto radicata e vincente soprattutto nelle regioni dell’ex Ddr dove «il muro nella mente» di cui parlava il mio amico Peter Schneider non è mai veramente caduto, AfD è nata a Ovest, nel cuore renano della Repubblica Federale. Correva l’anno 2013, la crisi dell’euro era all’acme, quando un gruppo di professori, imprenditori e politici fondarono un partito-ossimoro, che si voleva europeista ma senza la moneta unica. C’erano l’economista Bernd Lucke, l’ex presidente della Confindustria tedesca Hans-Olaf Henkel. E c’era Alexander Gauland, un ultraconservatore che aveva abbandonato la Cdu considerandola troppo a sinistra sotto la guida di Angela Merkel: si sarebbe rivelato decisivo in una metamorfosi che nessuno aveva previsto.
I fondatori esautorati
Successe nel 2015 al Congresso di Essen. Il neonato partitino aveva di poco mancato l’ingresso al Bundestag nelle elezioni di due anni prima, ma aveva iniziato la sua lunga marcia d’infiltrazione all’Est nel 2014, entrando nei Parlamenti regionali di Sassonia, Turingia e Brandeburgo. A Essen, sempre nel Limes occidentale della Germania, i fondatori vennero messi da parte. Nell’ansia di crescere, avevano aperto i ranghi a chiunque ce l’avesse con la «smobilitazione asimmetrica» di Angela Merkel che aveva abbandonato ogni bussola ideologica, lasciando scoperti enormi spazi a destra. Non si erano accorti di non controllare più AfD. Così vinse Frauke Petry, eletta a maggioranza assoluta, sull’onda di parole d’ordine anti-immigrati e anti-islamiche. Fu la prima a invocare l’uso di armi da fuoco contro gli attraversamenti illegali delle frontiere.
Ma la vera svolta avvenne pochi mesi dopo, alla fine dell’estate, quando Merkel decise di non chiudere le frontiere a 1 milione di profughi siriani venuti dalla rotta balcanica, forse la decisione più coraggiosa e suicida dei suoi sedici anni al potere. Qui la storia e le sorti di AfD si intrecciarono con un movimento spontaneo, nato a Dresda e diffusosi come un incendio in tutto l’Est del Paese: alle marce serali di Pegida contro l’immigrazione e l’islamizzazione partecipavano decine di migliaia di tedeschi. Erano trasversali. Perfino un grande direttore d’orchestra come Christian Thielemann disse di condividere la protesta.
Nell’ex Ddr
Fu lì che AfD capì che il suo destino si compiva a Oriente, nel deserto privo di società civile che erano diventate le regioni della ex Ddr, dopo la riunificazione, o meglio l’annessione: nessuna fedeltà ai partiti tradizionali, niente sindacati, chiese, associazioni o gilde. L’oggetto del desiderio erano i Länder come la Sassonia, la Turingia, la Sassonia-Anhalt, di fatto colonizzati da una classe politica in gran parte importata da Ovest. Rimasti indietro su tutto: disoccupazione più alta, salari più bassi, svuotati tranne poche eccezioni della loro base industriale. Invecchiati e impoveriti da una fuga generazionale, che ha visto partire centinaia di migliaia di giovani verso le ricche regioni occidentali. E questo a dispetto di centinaia di miliardi di euro investiti nelle infrastrutture, che hanno sicuramente modernizzato le regioni dell’Est senza tuttavia mai avviare un meccanismo virtuoso di crescita.
Ma probabilmente il terreno più fertile per AfD è stata la negazione della memoria. «Ci hanno fatto vergognare perfino delle musiche della nostra gioventù», mi disse Katharina Witt, leggandaria pattinatrice sul ghiaccio, due volte medaglia d’oro olimpica per la Ddr, che pure ebbe successo e carriera anche nella Germania riunificata. È su questo vuoto culturale e identitario, quello che fa sentire i cittadini dell’Est «tedeschi di seconda classe», che AfD ha costruito il suo successo.
I leader
Con i suoi ammaliatori come Björn Höcke, il leader della Turingia che infarcisce i discorsi di citazioni di Goebbels. Una per tutte: «Alles für Deutschland», tutto per la Germania. O come il vincitore di Magdeburgo, il rassicurante maestro dei social Ulrich Siegmund e il suo fido cantastorie, Hans-Thomas Tillschneider, il quale, come Hitler, ha dichiarato guerra al Bauhaus e promette un Pantheon tutto tedesco che va da Ottone I a Bismarck e da Lutero a Nietzsche.
Su tutti regna l’ape regina, Alice Waidel, 47 anni, lesbica e madre di due figlie adottive, che dal 2022 presiede il partito insieme a Guido Chrupalla, campione dell’ala più dura. È lei il volto pragmatico, e contraddittorio, che ha consentito al partito di uscire dal ghetto dell’Est e di crescere anche nei Land occidentali, dal Baden-Württemberg al Palatinato. Ma sono nuances, la ricetta di AfD non offre compromessi o accenni di «melonizzazione»: deportazioni di massa, referendum per l’uscita dall’euro, recupero di sovranità dall’Unione europea, buoni rapporti con la Russia, fine dell’aiuto all’Ucraina.
La Sassonia-Anhalt è solo l’inizio, cantano Waidel e i suoi Gauleiter. È tutto da vedere. Ma se dovessero governare, e non è detto che lo vogliano veramente, Magdeburgo sarà il luogo della prova generale.